Ultimo aggiornamento  27 ottobre 2020 13:27

De Tomaso Vallelunga, dalla pista alla strada.

Massimo Tiberi ·

Personaggio discusso fra i protagonisti della scena automobilistica per oltre un quarantennio, Alejandro De Tomaso, nato da una ricca famiglia di proprietari terrieri argentini ed ex pilota, si trasferisce in Italia nel 1955 e nel 1959 fonda a Modena la sua “factory”, inizialmente impegnata in campo agonistico nelle formule minori.

Al Salone di Torino del 1963 viene presentato il prototipo della prima vettura con ambizioni di serie del nuovo marchio, una spider che si farà onore anche in gara e battezzata Vallelunga, in omaggio al circuito dove si è distinta.

Spirito anglo-italiano

Allestita dalla carrozzeria Fissore su design del britannico Trevor Fiore, la debuttante De Tomaso resta un esemplare unico, ma nel 1964, sempre a Torino, si assiste al lancio della evoluzione coupé, destinata alla produzione coinvolgendo ancora Fissore e poi la Ghia.

Lo schema tecnico di prim’ordine è confermato e la Vallelunga “coperta” adotta un telaio a trave centrale con sospensioni indipendenti derivate dalle monoposto da competizione e quattro freni a disco (optional il servofreno). Il motore, di origini “borghesi” (il tranquillo aste e bilancieri della Ford Cortina), è sistemato in posizione posteriore-centrale, cresce di cilindrata a 1.600 dai precedenti 1.500, e grazie alla cura De Tomaso offre l’ottima potenza di 104 cavalli che possono essere ulteriormente aumentati. Per il cambio si sceglie il quattro marce del Maggiolino Volkswagen, in alternativa è disponibile un più adeguato Hewland a cinque rapporti.

Al livello del terreno

Compatta, lunga 3,77 metri e rasoterra (alta appena 1,06), l’auto ha stile e grinta, con apprezzabili soluzioni estetiche e funzionali, come i classici fari carenati, i cerchi in lega dal bel disegno o l’ampio lunotto sollevabile per accedere alla meccanica. Dopo gli esemplari d’avvio con scocca in alluminio si utilizzerà la vetroresina e l’abitacolo, a due posti con sedili ben profilati e rivestiti in finta pelle, ha l’essenzialità della sportiva pura costruita artigianalmente. Unica raffinatezza, l’uso del legno per plancia, console e corona del volante a tre razze.

La buona aerodinamica e la potenza in rapporto al peso inferiore ai 600 chili, tra l’altro efficacemente ripartito tra avantreno e retrotreno, rendono la guida da purosangue sportiva e le prestazioni sono di livello (si superano abbondantemente i 200 chilometri orari). Inutile parlare di comfort per una vettura dichiaratamente di confine tra la strada e la pista, votata a dare emozioni senza compromessi e per la quale si chiede un prezzo molto elevato, oltre i tre milioni di lire (un’Alfa Romeo Giulia GT contemporanea costa poco più di due).

Inizia la leggenda

L’esordio di De Tomaso nella produzione di serie si ferma così nel 1967 con circa una sessantina di unità della Vallelunga, ma ormai il dado e tratto. Il costruttore argentino estenderà in progressione continua la sua attività, con supercar come Mangusta e Pantera, la Formula 1 nel 1970, l’acquisizione di Ghia e Vignale, delle moto Benelli e Guzzi, fino alla Innocenti e alla Maserati. Un piccolo impero che, tra alti e bassi, arriverà agli anni Duemila. 

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