Ultimo aggiornamento  18 ottobre 2021 04:15

Romiti, il manager degli spigoli.

Francesco Paternò ·

Romano e uomo di finanza, quanto di più diverso potesse arrivare in un ambiente profondamente sabaudo come era la Fiat degli Agnelli dei primi anni 70. È qui che Cesare Romiti, scomparso oggi a 97 anni, sbarca nel 1974. Ed è da qui che segnerà una parte importante della storia del capitalismo italiano governando con pugno di ferro il primo gruppo industriale del Paese. Ma sempre nel rispetto dei ruoli con l’azionista di riferimento, l’Avvocato che lo aveva voluto a Torino d’intesa con Enrico Cuccia, patron di Mediobanca e al centro del potere economico finanziario.

L'ascesa

Romiti non è un manager dell’auto, viene dalle partecipazioni statali e giunge a Torino come direttore finanziario per il gruppo Fiat diventandone amministratore delegato due anni più tardi. Uomo duro nei modi, il primo scontro è con Carlo De Benedetti e avrà la meglio: l’Ingegnere resterà solo 100 giorni al volante della Fiat. Ancora più duro e complesso è lo scontro che Romiti avrà con il sindacato: la nota Marcia dei quarantamila dell’ottobre 1980 segnerà il trionfo del manager.

Al volante della Fiat, Romiti imporrà la diversificazione, non solo auto dunque. La Uno del 1983 è probabilmente il modello più importante nato sotto il suo governo, mentre il papà della macchina, Vittorio Ghidella, sarà un altro top manager costretto a lasciare, non in sintonia con l’amministratore delegato venuto da Roma.

Il colpo Alfa Romeo

Restando sull’automotive, Romiti è stato a un passo dall’acquistare la Chrysler in crisi nel 1991 ma, come spiegherà più tardi in una delle tante interviste post Fiat - sempre parole appuntite e senza mediazioni - Umberto Agnelli “si mise di mezzo” e la cosa salta. Prima, nel 1986, fa invece un grande affare acquistando a comode rate l’Alfa Romeo dall’Iri guidata da Romano Prodi, battendo la concorrenza della Ford. Gianni Agnelli gli lascia la presidenza del gruppo Fiat nel 1996, finché nel 1998 Romiti a 75 anni si ritira - non a vita privata, ma senza riuscire a pesare come un tempo nella vita del capitalismo italiano - lasciando un fatturato record per Fiat e portandosi via una liquidazione altrettanto sontuosa.

Il suo giudizio su Sergio Marchionne, l’amministratore delegato che ha segnato il nuovo millennio per il gruppo torinese fino alla internalizzazione con la conquista del gruppo Chrysler tentata invano a Torino quasi vent’anni prima, non è stato dei migliori. Si può dire con ragionevole certezza che gli spigoli di Romiti siano rimasti intatti fino all’ultimo giorno.

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