Ultimo aggiornamento  30 settembre 2020 01:19

Nelle mani di Jim.

Alessandro Marchetti Tricamo ·

LOS ANGELES – Jim Farley ha il motore nel cuore. Jeans e t-shirt, a quattordici anni spende la sua estate in un’officina del sud della California, lavorando a ricostruire bielle e pistoni. La sua prima auto? Neppure a dirlo, una Mustang nera del 1966 con il motore fuso. Perché il divertimento era tutto lì: rimettere in pista quella vecchia “pony car” abbandonata.

Di quel ragazzo, oggi a 58 anni dal prossimo 1 ottobre numero uno di Ford, nato in Argentina, gioventù spesa tra Brasile, Canada e Detroit, università a Washington e master all’Ucla della California, è rimasto lo spirito, la passione per le Mustang e l’abbigliamento preferito: un paio di jeans e una maglietta.

E così che lo abbiamo incontrato qualche mese fa a Los Angeles, prima dell’arrivo della pandemia Covid-19. La pacca sulle spalle, il saluto speciale per un collega in difficoltà e il solito grande sorriso di chi questo mestiere l’ha scelto da bambino. “Vogliamo portare Ford nel futuro. Da dove iniziare se non allora dalla Mustang? Per questo è nata l’elettrica Mach-E”, ci dice. Parole che, nonostante i quasi venti anni passati in Toyota, hanno il ritmo della passione per il marchio in bella mostra sulla sua t-shirt.

L’ovale blu d’altronde è questione di famiglia: il nonno lavorò nello stabilimento di Rogue, per poi diventare concessionario Ford a Grosse Point, dieci miglia a nord di Detroit. 

Come va in Europa?”, chiede con la solita curiosità. Il Vecchio continente è parte importante della sua vita professionale: prima con Toyota e poi come presidente di Ford Europe, dove raggiunse l’obiettivo di far tornare i profitti. Cura non proprio indolore: tagli di 180 milioni di euro l’anno, chiusura di tre stabilimenti e uscita di oltre 5mila dipendenti. La sua domanda però è autentica voglia di sapere: “Mi è sempre piaciuto osservare cosa guida la gente e perché. Passo più ore in parcheggi e garage che in ufficio”, ci aveva raccontato un’altra volta quando ancora era in Europa. Per questo, parlando ancora di Mach-E, dice subito: “In molti pensano che l’acquisto di un’auto elettrica sia un gesto razionale ma in realtà, come per qualsiasi altro modello, dietro c’è la volontà di avere un giusto prodotto dal punto di vista tecnologico e del design”.

A “Jimmy Car-Car”, com’era chiamato Farley da giovane, toccherà traghettare la storica industria americana verso il futuro. E con lei tutta la Detroit dell’auto: Chrysler è in declino, Gm ha perso l’identità globale e la sua ceo, Mary Barra, è sempre più una leader invisibile. Come farlo sembra chiaro: guardando all’altra parte dell’America, verso la Silicon Valley californiana. L’ambizioso Farley non lo dirà mai ma Elon Musk è uno dei riferimenti: tutte le nuove Ford saranno connesse attraverso un modem 4G Lte in modo da raccogliere i dati a bordo, analizzarli e fornire al cliente ciò che desidera. Non solo. La connettività consentirà, senza passare dall’officina, di aggiornare il software dell’auto in tempo reale, come con una semplice app e come le Tesla. Per arrivare fino alla guida autonoma, altro punto fermo – come i servizi di mobilità – di Farley che ha l’obiettivo di lanciare un servizio commerciale di taxi-robot entro fine 2021. Per gestire tutto questo nella massima sicurezza, non a caso ha scelto Gil Cur Arie, un ex colonnello dell’intelligence militare israeliana.

Senza dimenticare ovviamente l’elettrificazione: la Mustang Mach-E è la vetrina da mettere in vista, dietro però ci sono 10,5 miliardi di euro d’investimenti sui veicoli a batteria entro il 2022 e versioni a zero emissioni anche per modelli come Transit e un’icona del marchio come il pick-up F-150. Musk è avvisato. Farley, da alcuni giudicato spregiudicato e con l’unico obiettivo di arrivare al comando da solo – rivoluzionando la tradizionale governance Ford che prevede una guida a più voci per garantire un maggior controllo dell’azienda - non si tira però indietro quando c’è da aiutare il prossimo: “Spesso il sabato alle sei della mattina è già qui da noi a servire i pasti”, racconta al New York Times padre Tim McCabe, responsabile del Pope Francis Center di Detroit. “La prima volta che venne qui c’erano persone che litigavano ad alta voce, io ero imbarazzato, lui mi rassicurò: padre non si preoccupi, in Ford questo accade spesso”.

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