Ultimo aggiornamento  05 agosto 2020 22:05

Ferrari 512 S Modulo, 50 anni dopo.

Elisa Malomo ·

Fine anni sessanta. Iniziano i primi viaggi nello spazio, le melodie diventano sintetiche, la ricerca scientifica procede a velocità siderali e i creativi, ispirati dal mondo che cambia, imprimono su carta una pioggia di idee che, altrimenti, rischierebbero di finire nell'oblio. Anticipano il futuro e, senza saperlo, lo rivoluzionano.

Al Salone di Ginevra del 1970, queste idee diventano materia di auto destinate a diventare leggenda. È il caso della Ferrari 512 S Modulo, una concept car tutta italiana pensata dalla Casa di Maranello e da Pininfarina come scultura statica e perciò non destinata alla circolazione. Entusiasma tutti a tal punto da essere scelta per rappresentare l'Italia all'Expo 1970 di Osaka, in coppia con la Fiat 3 ½ Hp, e ispirare futuri simboli a quattro ruote come la Lamborghini Countach (1974) e Lotus Esprit (1976).

Direzione futuro

Le due aziende italiane iniziano a collaborare nel 1951. “Ferrari e Pinin? Non dura. È come mettere due prime donne nella stessa opera”, si vocifera. Circa venti anni dopo, nel 1968, il designer Paolo Martin, che al tempo lavorava per la carrozzeria torinese, mette a tacere tutti con un progetto fuori dagli schemi basato sul telaio della Ferrari 512 S, la sportiva con cui la scuderia di Maranello ha partecipato nel 1970 al Campionato del mondo sport prototipi sfidando la temibile Porsche 917. Dopo tante notti trascorse insonni, un acquisto di otto metri cubi di polistirolo, assemblati con colla di pesce e modellati con altri bizzarri strumenti del mestiere e l'idea di Martin prende forma. Anche se si fa attendere, l'ok di Sergio Pininfarina arriva e la Modulo diventa realtà.

Il design è radicale dentro e fuori e anticipa la forte eco che il suo stile avrà sulle auto del futuro. Alta meno di un metro e larga più di due, ha una carrozzeria a cuneo e non è dotata di portiere: per permettere l'accesso nell'abitacolo, il parabrezza, la parte anteriore del tetto e dei finestrini viene spostata manualmente in avanti. Come succederà tre anni più tardi con la Lancia Stratos.

Gli interni sono altrettanto futuristici. I comandi sono disposti su due sfere, una per ciascun passeggero. Ma non due sfere qualunque. Si tratta infatti di due palle da bowling recuperate dallo stesso Paolo Martin nella sala ricreativa di Mirafiori, su cui sono state ricavate le bocchette per l'aria e le sedi per alcuni comandi. Una delle tante scelte originali e avanguardistiche che hanno permesso alla Modulo di aggiudicarsi, nel corso degli anni, ben 22 premi di design. 

Metamorfosi da 550 cavalli

Pensata per stupire, non per muoversi. La Ferrari Modulo nel 2014 entra nelle mani del finanziere statunitense Jim Glickenhaus, uno dei più noti collezionisti di Ferrari al mondo, che sin dall'acquisto vuole che quel gioiello da museo diventi un'automobile funzionante. Ha inizio un'ardita impresa di restauro affidata alla torinese Manifattura Automobili e giudicata discutibile da molti appassionati, soprattutto per i numerosi rischi tecnici che la manovra avrebbe potuto comportare all'auto.

La dream car italiana viene dotata di un V12 da 5.0 litri, montato al centro, in grado di erogare 550 cavalli. A parte un episodio in cui un malfunzionamento dello scarico ha rischiato di mandare in fumo anni di lavoro, e di storia, la nuova Modulo ha reagito positivamente alle modifiche sfilando nel 2019 a Como, in occasione del Concorso Villa d'Este sotto gli occhi di migliaia di partecipanti. Alcuni estasiati, altri furibondi.

Nel 2010, tramite una serie di rendering in 3d, Piero Martin ridà luce al suo progetto presentando la Ferrari Enzo Modulo, una reinterpretazione in chiave moderna della storica concept car. Oggi non più idea, ma realtà.

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