Ultimo aggiornamento  12 luglio 2020 14:27

Un anno senza Lauda.

Umberto Zapelloni ·

Un anno senza Niki. Da quando, il 20 maggio dello scorso anno, ha chiuso gli occhi Niki Lauda non manca soltanto a sua moglie Birgit e ai suoi figli. Manca terribilmente anche a tutta la Formula 1. La sua saggezza, ma soprattutto la sua schiettezza sarebbero servite molto in questo lungo periodo di quarantena con decisioni da prendere, regole da cambiare, strade da imboccare, senza poi doversene pentire.

Niki Lauda non era soltanto l’eroe che ha vissuto due (e forse anche tre) volte. L’uomo che quaranta giorni dopo il rogo che gli aveva cambiato per sempre il volto, era già in pista a Monza con il volto sanguinante ogni volta che indossava il casco. Il pilota che ha avuto il coraggio di avere paura al Fuji, rinunciando al Mondiale per una questione di principio. Il tre volte campione del mondo con due scuderie diverse (171 gp, 24 pole, 25 vittorie). L’imprenditore che ha creato una linea aerea con il suo nome e poi l’ha venduta. Il benefattore che visto ai Tg quel che stava succedendo in Ruanda caricava di medicine e viveri un suo aereo e vola fin laggiù a portare aiuti.

Il manager che prima ha aiutato l’amico Montezemolo a rimettere in sesto la Ferrari, poi si è dedicato alla Mercedes diventando parte della squadra più vittoriosa nei 70 anni di storia del campionato. Il consigliere di Hamilton che è diventato quel che è diventato anche grazie a lui, ma anche il consigliere di Rosberg come sottolinea lo stesso Nico nella prefazione dell’ultima biografia uscita in Inghilterra.

Il valore aggiunto di Niki era che diceva sempre quel che pensava. Magari non aveva ragione. Non necessariamente pensava la cosa giusta. Ma lo diceva e lo diceva perché ci credeva, non perché dietro ci fosse qualche strana manovra. Quando rispondeva ai giornalisti con la celebre frase “Preferisco avere il mio piede destro che un bel viso”, lo pensava seriamente. E quando criticando Maranello si lasciava andare in un altro classico del suo repertorio: “L’ambiguità appartiene alla Ferrari come il motore a dodici cilindri”. Beh lo diceva perché lo aveva provato sulla sua pelle quando Enzo Ferrari non credendo in un suo recupero dopo il Nürburgring aveva cominciato a cercare il sostituto.

“Tutti quelli che hanno corso e che corrono in macchina hanno questa consapevolezza: quando si vince, il 30 per cento di merito va alla macchina, il 40 per cento al pilota, il restante 30 per cento alla fortuna”, diceva ben sapendo che nel suo caso il pilota aveva spesso avuto il sopravvento.

Niki univa il talento all’intelligenza. Ho incontrato tanti piloti di talento che bon erano intelligenti e viceversa. Niki era tutte e due le cose”, dice di lui Piero Ferrari che prima di diventarne amico era stato il suo interprete quando diceva a papà che quella Ferrari appena provata era una m… Ma poi su quella m… lui lavorava con il suo sedere, gli ingegneri facevano il resta. E alla fine Niki diventava campione del mondo.

Chissà se fosse ancora qui magari avrebbe suggerito a Hamilton di chiudere la sua carriera a Maranello. Perché in fin dei conti, lui, uomo Mercedes, vicepresidente onorario del team, ha chiesto di essere sepolto con una tuta rossa. Rossa Ferrari.

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