Ultimo aggiornamento  14 agosto 2020 07:14

Europa, gli incentivi per l'auto sono tabù?

Francesco Paternò ·

I mercati europei dell’auto piangono, gli incentivi chiesti dall’industria ai governi non arrivano. Non ci sono in Italia nel Decreto Rilancio da 55 miliardi, silenzio totale in Spagna, fumata nera in Germania con una eventuale decisione rinviata a giugno, timidi segnali positivi in Francia ma non prima di due settimane. Un muro, su sui l’auto in aprile si è schiantata per gli effetti del lockdown: -78,3% di vendite, -39,1% dei primi quattro mesi secondo i dati di Acea, l’associazione dei costruttori in Europa, mentre Moody’s prevede un calo del 30% del mercato alla fine del 2020.

Due crisi, due misure?

A fronte di una crisi mondiale per il virus che ha travolto tutto e tutti, grandi interventi statali sono scattati in aiuto di molti settori ma non di quello automobilistico, che sembra pagare un clima non favorevole pur restando per esempio in Europa motore del 7% del Pil con quasi 14 milioni di lavoratori diretti e indiretti. Una situazione molto diversa da quanto avvenne poco più di dieci anni fa, quando l’auto insieme alle banche fu salvata dai governi dalla crisi economica globale partita dagli Stati Uniti, attraverso interventi diretti nelle aziende come a Detroit per Gm e Chrysler o a Parigi per Renault e Psa, indiretti attraverso incentivi in Germania pari a 5 miliardi o in Italia con politiche di rottamazione.

Politica al volante e il dieselgate

Dopo quella crisi sono accaduti però almeno due fatti dirimenti. Se l’economia globale e con essa i mercati sono risaliti, la politica in Europa si è rimessa al volante imponendo all’industria dell’auto nuovi limiti più stringenti sulle emissioni di CO2, con tanto di megamulte l’anno prossimo per chi non sarà riuscito a rispettarli. L’accelerazione è seguita allo scandalo del dieselgate scoppiato nel settembre del 2015, quando negli Usa il gruppo Volkswagen finisce nei guai per aver imbrogliato ai test sulle emissioni di alcuni suoi modelli. La vicenda si trascina con effetti negativi sull’immagine di tutti i costruttori oltre che sui conti, a causa delle multe da pagare e degli accantonamenti da fare.

Germania in frenata

Ogg, in Germania la cautela del governo Merkel su nuovi incentivi ai costruttori – che li chiedono per tutti i modelli e non solo per quelli dotati di motori elettrificati – è effetto anche del dieselgate. E del "sentiment" percepito nel Paese: un sondaggio recente indica che il 63% dei tedeschi interpellati è contrario a dare aiuti pubblici per l’acquisto di auto. La Cancelliera sembrerebbe disposta a concederli solo per i modelli elettrificati, meglio ancora se la proposta fosse fatta a livello europeo da Bruxelles e non da Berlino. Mentre dalla segreteria della Cdu, il suo partito, è arrivato nei giorni scorsi un messaggio che ha fatto tremare Bmw, Daimler e Volkswagen: sosteniamo un "pacchetto di stimolo generale", non l’auto.

La Francia si prepara a modo suo

A Parigi, il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha appena rivelato che ci sarà un piano di aiuto ai costruttori nel giro di un paio di settimane, mirato però a quelle “auto che emettono meno CO2”. In tempi di piazzali pieni di macchine invendute per la chiusura per sei o sette settimane di tutte le concessionarie, come è accaduto anche in Italia e sugli altri principali mercati europei, la notizia non è rassicurante per i manager dell’industria.

I quali in tutta Europa hanno riaperto sì le fabbriche, ma con produzioni a rilento, sia per rispettare le nuove normative sulla sicurezza sanitaria sul lavoro, sia perché una sovraproduzione in una fase di stasi aggraverebbe i conti, già in rosso e con outlook sul 2020 cancellati.

L'Italia di Fiat Chrysler

In Italia, le richieste al governo di incentivare sia le auto invendute negli stock, sia quelle più virtuose in termini di CO2 allargando la fascia delle beneficiate da 61 a 95 grammi per chilometro, sono state per ora rispedite al mittente. Sono stati però aggiunti 100 milioni ai 70 stanziati a inizio anno per il 2020 e 200 nuovi per il 2021, ma senza toccare i limiti per accedere piuttosto limitativi. Né è chiaro se e quanto abbia battuto i pugni sul tavolo il costruttore nazionale Fiat Chrysler (cuore operativo nel Michigan e società di diritto olandese), in questi giorni impegnato a chiedere allo stato una garanzia per un prestito bancario da 6,3 miliardi per le sue attività italiane, quelle dei fornitori compresi. Un impegno forte in termini finanziari, ben più pesante di qualsiasi cifra che il governo possa (o voglia) prima o poi mettere sul piatto per incentivi alla rottamazione destinati a tutti i costruttori.

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