Ultimo aggiornamento  27 maggio 2020 03:08

Musk, da Marte alla Casa Bianca.

Alessandro Marchetti Tricamo ·

Elon Musk sembra ormai pronto. Non per mandarci tutti su Marte con la sua Space X e neppure a metterci dentro una capsula che a velocità supersonica ci porti dall’altra parte della città, rendendo di colpo le sue Tesla dei vecchi arnesi da museo.

Il viaggio nel futuro di Elon Musk è molto più breve: la destinazione è Washington. Casa Bianca. Non a breve termine, ma oggi l’imprenditore di origini sudafricane sembra lavorare per diventare uno dei prossimi presidenti degli Stati Uniti. A patto ovviamente che nel frattempo un cittadino nazionalizzato possa diventarlo (è nato in Sudafrica). Magari sfidando il rivale Mark Zuckerberg numero uno di Facebook che in passato è stato spesso accostato al mondo dem.

In queste ore ha riaperto lo stabilimento Tesla di Fremont in pieno lockdown andando contro le norme previste dalla Contea di Alameda e dello Stato della California. “Arrestatemi pure”, ha detto dopo aver definito la pandemia “dumb” e “fascist” le imposizioni legate alla sicurezza sanitaria per combattere il Covid-19. Tutto ovviamente su Twitter dove ha trovato l’immediato e scontato abbraccio social di Donald Trump. L’anima repubblicana più dura del Paese si è accesa e inneggia a Elon come il nuovo salvatore della Patria. E lui ha già in mano il biglietto dei conservatori per Washington.

Nel mirino c’è l’immunologo Anthony S. Fauci consigliere proprio della Casa Bianca per l’emergenza Coronavirus, sconfessato dallo stesso Trump: “Rischi enormi se apriamo ora. E’ ancora troppo presto”. Parole mal sopportate dagli americani che vedono il loro Paese andare di corsa verso una recessione impossibile da ipotizzare solo qualche giorno fa: il Pil nel primo trimestre è crollato del 4,8%, la prima contrazione dal 2014 e la più grande dalla crisi del 2008, da aprile a giugno l'economia americana è prevista in calo fino al 40% e la disoccupazione vola. 

Numeri che rendono sempre più insofferente Trump che teme così di mettere a rischio la sua rielezione. Da qui la sua "chiamata" a Elon: al mio via scatena l’inferno. E così è stato. D'altronde come qualche analista ha dichiarato nei mesi scorsi, "Musk va dove ci sono i soldi pubblici". E il presidente ne deve aver promessi molti.

Per ora la California non è andata allo scontro e sulla riapertura di Tesla, esclusa la condanna di circostanza, ha fatto finta di nulla. Lo stato però è pronto a ricordare agli americani che, se l’azienda di Musk esiste e oggi produce ancora auto elettriche, lo deve ai soldi dei contribuenti californiani che in questi 10 anni hanno riempito le sue casse (oltre a quelle di Space X). Solo fino al 2015 per il Los Angeles Times erano quasi 5 miliardi di dollari, ai quali si aggiunge l’esenzione delle tasse di cui ha goduto e ancora gode, seppur parzialmente, Tesla. Per Musk l’ingrato, la corsa alla Casa Bianca da queste parti non partirà mai.

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