Ultimo aggiornamento  05 agosto 2020 22:07

Aston Martin, il futuro passa per il suv.

Colin Frisell ·

LONDRA - Nel giorno in cui anche il Regno Unito prova ad allentare il “lockdown” che ne ha fermato l’operatività (e che è già costato il 2% del Pil tra gennaio e marzo, secondo l’Office for National Statistics), lo storico marchio Aston Martin Lagonda ha divulgato i numeri del primo trimestre 2020, messi parzialmente sotto pressione degli effetti del coronavirus.

Tra gennaio e marzo il brand tanto caro al cuore di James Bond ha venduto soltanto 578 vetture, quasi la metà (-45%) delle 1.057 dello stesso trimestre 2019. La perdita, al netto delle imposte, è stata pari a 133,6 milioni di euro contro i poco meno di 20 dell'anno passato. I ricavi (appena sotto gli 89 milioni di euro) sono scesi del 60%.

Le vendite sono diminuite dell'86% in Cina, del 30% in Europa, Medio Oriente e Africa e del 57% nelle Americhe. Solo il mercato domestico del Regno Unito (-3%) ha perso non a doppia cifra.

"Il Covid-19 e il conseguente arresto economico globale hanno avuto un impatto materiale sulle nostre prestazioni in questo trimestre", ha detto Andy Palmer, presidente e amministratore delegato del gruppo. Cosa che vale per la Cina ma poco e nulla per l'Europa: gli impianti sul suolo britannico sono stati fermati il 25 marzo e solo dal 9 maggio si è potuta riprendere l’attività a St Athan, in Galles.  

Situazione grave

Aston Martin Lagonda navigava in cattive acque già da prima dell’esplosione della pandemia. Nonostante il massiccio intervento da 600 milioni di euro del nuovo presidente esecutivo Lawrence Stroll – con tanto di ritorno in proprio in F1 previsto per il prossimo campionato dove livrea e nome sostituiranno quelli della Racing Point dello stesso magnate canadese - il costruttore di Gaydon aveva già annunciato di non avere abbastanza liquidità per arrivare alla fine dell’anno.

Anche in Borsa, dove il marchio è approdato nel 2018, le cose sono andate come peggio non si poteva:  il titolo ha perso quasi il 93% del suo valore dal momento del lancio.

In marzo l'agenzia di rating internazionale Standard&Poor’s ha rivisto la valutazione del debito della Casa britannica, declassandola da CCC+ a CCC- cioè nel settore “junk” (spazzatura) - a causa dell’elevato livello di indebitamento: un rosso da 900 milioni di sterline. 

Un suv nel futuro

Nonostante il "lockdown" sia stato parzialmente allentato, la situazione generale in Gran Bretagna rimane difficile. Lo stabilimento di St Athan ha riaperto i battenti, ma solo per smaltire gli ordini già previsti. L’80% della forza lavoro complessiva è ancora in cassa integrazione, pagata anche grazie all’intervento del governo di Londra che ha appena annunciato di aver prorogato questa forma di sostegno all’economia nazionale fino al prossimo ottobre.

Da questo impianto, comunque, passano le speranze di riscossa del marchio – transitato nella sua storia anche per le mani “italiane" del fondo Investindustrial che fa capo alla famiglia Bonomi. Qui viene costruito il primo suv di lusso, il DBX per il quale si erano registrate, fino a prima dello stop, oltre 2mila prenotazioni e che – è stato confermato – arriverà entro l’estate. 

Spinto da un V8 doppio turbo da 4 litri, il suv accelera da 0 a 100 in 4,5 secondi e ha un velocità massima dichiarata di oltre 290 chilometri orari e dovrebbe costare oltre i 193mila euro. Entro la fine del 2020, invece, dovrebbero arrivare altre due supercar, la Valkyrie e la V12 Speedster da 700 cavalli e quasi 800mila euro di prezzo.  

Nella strategia del marchio per una riduzione dei costi sono previste meno concessionarie e una produzione quasi esclusivamente sugli ordini raccolti.

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