Ultimo aggiornamento  09 luglio 2020 12:52

I mille volti della Lotus Elise.

Angelo Berchicci ·

La Lotus Elise è l’auto che ha fatto rinascere il marchio inglese, nonché uno dei suoi più grandi successi commerciali. Introdotta nel 1996, quando il brand era di proprietà di Romano Artioli (l’auto prende il nome dalla nipote dell’imprenditore italiano), la roadster a due posti è arrivata fino ai giorni nostri attraverso tre serie, rimanendo una vettura improntata alla leggerezza e al piacere di guida.

Quello che molti non sanno, però, è che la Elise è anche una delle auto sportive che ha avuto il numero maggiore di “cloni”: il suo pianale è stato utilizzato per molti altri modelli, non solo a marchio Lotus, ed è stato particolarmente gettonato per lo sviluppo di vetture elettriche.

Un pianale versatile

Il segreto del successo della Lotus Elise, sin dalla sua prima serie, sta nel telaio: una monoscocca completamente realizzata in estrusi di alluminio. Grazie a questa soluzione il pianale della vettura è estremamente rigido e leggero, ma allo stesso tempo presenta dei costi di produzione contenuti ed è particolarmente versatile, motivo per cui è stato scelto da numerosi altri costruttori come base per i loro progetti.

Il primo in questo senso fu Zytek Automotive, azienda britannica poi acquistata da Continental, che sviluppò nel 1998 una Elise mossa da due motori elettrici. L’auto sviluppava 200 cavalli, sufficienti a spingere la vettura da 0 a 100 chilometri orari in 4,5 secondi, ma le due batterie al nichel-cadmio non brillavano per autonomia, limitata a circa 150 chilometri.   

Seconda serie in condivisione

La Elise ad avere il numero maggiore di “reincarnazioni” sotto altri marchi fu la seconda serie. Nel 2001 si rese necessario un aggiornamento del pianale per adeguarlo agli standard europei sui crash test. General Motors si offrì di finanziare l’operazione, in cambio di una versione della sportiva Lotus per i suoi brand Opel e Vauxhall.

Nacque così la seconda generazione di Elise, che condivideva pianale, interni e buona parte della carrozzeria con le Opel Speedster e Vauxhall VX220, le quali venivano assemblate nello stesso stabilimento di Hethel e si differenziavano dalla Elise principalmente per i motori.

Un'elettrica per Musk

La vettura più famosa realizzata a partire dalla Elise seconda serie è di gran lunga l’elettrica Tesla Roadster del 2008, prima vettura della Casa di Elon Musk. La scocca e gran parte dei componenti erano prodotti dalla Lotus in Inghilterra e spediti nella fabbrica Tesla in California per l’assemblaggio finale.

La Roadster è stata la prima auto elettrica ad adottare batterie agli ioni di litio e a raggiungere un’autonomia di 340 chilometri, e la prima vettura in assoluto a essere lanciata in orbita, nel 2018, dalla sonda Falcon Heavy di SpaceX. Nella versione più potente erogava l’equivalente di 288 cavalli, in grado di spingerla da 0 a 100 in 3,7 secondi. Fino al 2012 ne furono venduti circa 2.500 esemplari.

Gli altri esperimenti

Cercando di imitare il successo della Roadster, nel 2013 Albert Lam, ex-direttore esecutivo della Lotus, decise di far rivivere il marchio Detroit Electric, una Casa americana specializzata in veicoli elettrici attiva fino al 1939. La vettura del rilancio sarebbe stata la SP.01, ovvero una Elise a zero emissioni alimentata da una batteria ai polimeri di litio. La produzione dell’auto iniziò nel 2017, ma si interruppe dopo pochi esemplari costruiti a causa del fallimento della società.

Impossibile non citare la concept Squba, realizzata nel 2008 dalla svizzera Rinspeed. Si tratta di una speciale Elise anfibia mossa da tre motori elettrici, la prima vettura di questa tipologia in grado di procedere anche sott’acqua. Per la sua realizzazione il proprietario di Rinspeed, Frank M. Rinderknech, ha dichiarato di essersi ispirato al film di James Bond “La Spia che mi amava” in cui compare una Lotus Esprit sottomarina, rispetto alla quale però la Squba è dotata anche di un sistema di radar e sonar che ne consentono la navigazione in modalità autonoma.  

Potenza da record

Non ha nulla di elettrico invece la Venom GT, hypercar in serie limitata realizzata dal costruttore texano Hennessey. L’auto sfrutta il telaio della Elise, profondamente modificato e irrigidito per poter ospitare un V8 GM biturbo da 7 litri, che può arrivare a erogare fino a 1.450 cavalli. Grazie a questa unità la Venom GT ha battuto il Guinness World Record per l’auto più veloce nello 0-300 chilometri orari (13,6 secondi), e ha fatto segnare una velocità di punta di 435,3 chilometri orari.

Le sorelle a marchio Lotus

Il pianale della roadster britannica è stato utilizzato dalla Lotus anche per la Exige, che fino al 2012 ne era la versione coupé e a partire dalla terza serie è diventata una variante più potente della Elise, con un telaio modificato per ospitare propulsori di maggiori dimensioni. Degne di nota anche l’estrema 340R del 2000, priva di tetto e portiere, la barchetta per i trackday 2-Eleven e la Europa S, che puntava a essere una versione della Elise più accessoriata e rifinita (era costruita su un pianale leggermente allungato), salvo dimostrarsi uno dei peggiori flop del marchio (tra il 2006 e il 2010 ne furono vendute appena 500).

La low cost e la rivale di Tesla

Partendo da quest'ultima configurazione del pianale Elise sono state sviluppate altre due interpretazioni della sportiva inglese. La prima fu ad opera della Proton, Casa malese proprietaria di Lotus tra il 1996 e il 2017 (quando la quota di maggioranza fu acquisita da Geely): nel 2010 venne presentata la concept Lekir, sostanzialmente una Europa S con marchio Proton, che sarebbe stata costruita in Malesia e avrebbe rappresentato una versione low cost della sportiva Lotus destinata ai mercati asiatici, un progetto che venne poi accantonato.

Al Salone di Detroit del 2009 Dodge svelò il prototipo della Circuit EV, basata sulla Europa S, con cui intendeva sfidare la Tesla Roadster, presentata l’anno precedente. Il motore elettrico della Circuit EV erogava 268 cavalli e la batteria agli ioni di litio le consentiva un’autonomia tra i 240 e i 320 chilometri. Dodge intendeva avviare la produzione dell’auto l’anno successivo, ma si scontrò con i piani di Fiat (che nel 2009 aveva acquisito il controllo del gruppo Chrysler), la quale in virtù del programma di risanamento industriale cancellò il progetto della Circuit EV.

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