Ultimo aggiornamento  29 settembre 2020 16:12

Come Detroit riparte all’ombra di Trump.

Francesco Paternò ·

L’industria dell’auto americana dovrebbe ripartire agli inizi di maggio, ma non c’è ancora un accordo fra le tre big di Detroit – Gm, Ford e Fiat Chrysler – e i sindacati sui nuovi protocolli di  sicurezza sanitaria da introdurre nelle fabbriche e richieste da un’epidemia che ha già fatto quasi una ventina di vittime tra gli operai: “Una volta – ha scritto Rory Gamble, il presidente del sindacato dei metalmeccanici Uaw – ho detto che la cartina di tornasole per far ripartire l’economia è se mandereste vostro figlio e vostra figlia al lavoro. Ciò richiede un approccio scientifico non di parte per lavorare in sicurezza”. E comunque, "i nostri aderenti saranno più che felici di tornare al lavoro, appena ci saranno le condizioni".

Le misure da prendere

Bernie Ricke, a capo di Uaw per le fabbriche Ford a Dearborn, dice che il costruttore è d’accordo, “il messaggio ricevuto è proteggere le persone”. Storicamente, Ford ha sempre avuto le relazioni migliori con i sindacati, forse perché azienda a capitalismo familiare. Chissà che Fiat Chrysler non porti a Detroit l’accordo fatto in Italia il 9 aprile scorso con tutti i sindacati, che prevede un protocollo di tutele sanitarie per i lavoratori così avanzato per il quale le fabbriche da noi potrebbero forse riaprire la settimana prossima, in anticipo sulla fine del “lockdown” in Italia per ora fissato al 3 maggio.

Le misure di questo accordo, alcune delle quali in discussione anche a Detroit, prevedono tra l’altro obbligo di mascherine, distanza di sicurezza sulle linee, limitazioni nell’uso di bagni e mensa, igienizzatori, sanificazione di tutti gli ambienti di lavoro, scanner all’ingresso per ogni turno di lavoro.

Farley (Ford): "Proteggiamo i lavoratori"

In America si lavora in alcuni stabilimenti solo in reparti riconvertiti per produrre sistemi medicali, d’intesa con la Casa Bianca. I sindacati chiedono che la quarantena obbligata non significhi licenziamenti. A Detroit a dichiarare la massima attenzione al tema è ancora Ford. Dice in una intervista ad Automotive News Jim Farley, dall’1 marzo nuovo direttore generale del gruppo e candidato numero uno a diventare il prossimo ceo di Ford: “Se qualcuno viene messo in congedo non pagato, garantiamo l’assistenza medica. Non vogliamo licenziare. Faremo di tutto per proteggere i lavoratori perché sentiamo che il mercato si riprenderà presto. E francamente mandare via in questo clima sarebbe sfidare la gente”.

Strano destino quello di Farley: in Ford è tornato alla fine del 2007, alla vigilia della grande crisi finanziaria americana, e oggi è salito al vertice nel pieno di un’altra spaventosa crisi mondiale. Nell’intervista, sostiene che l’esperienza precedente lo sta aiutando molto e indica due cose necessarie per la ripartenza di Ford: avere cassa e comunicare il più possibile con tutti i dipendenti della filiera, “è importante sentirsi veramente vicini e per noi è naturale essendo una azienda familiare”.

La governatrice dem e il presidente

Con oltre 32mila contagiati e quasi 2.500 deceduti, il Michigan è uno degli stati americani più colpiti dal coronavirus. Nei giorni scorsi c’è stato uno scontro a colpi di tweet fra Donald Trump e la governatrice democratica Gretchen Whitmer, accusata da gruppi di manifestanti (sostenuti dal presidente) di limitare la libertà individuale con l’applicazione del “lockdown”. Un sondaggio pubblicato lunedì 20 aprile le ha dato ragione: il 57% degli interpellati approva il suo operato. Non è stato un plebiscito, ma una prossima intesa fra le aziende simbolo di Detroit e i sindacati sarebbe un’altra risposta a Trump. 

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