Ultimo aggiornamento  19 ottobre 2021 00:03

Arthur Owen, un gioielliere in F1.

Valerio Antonini ·

La Formula 1 è palcoscenico per pochi eletti, dove si esibiscono solo i migliori. Immaginare di fare anche solo qualche giro di pista tra tali mostri sacri è un sogno irrealizzabile quasi per chiunque. Eppure il 4 settembre del 1960, il gioielliere londinese Arthur Owen, appassionato di corse e quasi senza curriculum alle spalle, si ritrovò - a 45 anni - sulla griglia di partenza del Gran Premio più importante di tutti: quello di Monza.

Lo fece scattando dall’undicesima posizione, davanti a piloti professionisti come i tedeschi Edgar Barth e Wolfgang Seidel. Fu il migliore piazzamento di una Cooper-Climax privata, variante della monoposto ufficiale che dominava il mondiale con Jack Brabham (in quel momento campione in carica) e Bruce McLaren al volante. Stirling Moss era appena passato ai rivali della Lotus. La T-53 del 1960 era l'evoluzione diretta della precedente T-51 vittoriosa nel campionato costruttori del '59 con il contributo proprio del recentemente scomparso Moss.

La vettura montava un propulsore Coventry-Climax 4 cilindri da 2.5 litri e 220 cavalli abbinato a un cambio manuale a quattro marce. Il nome Cooper diventerà presto - grazie alla Mini - noto in tutto il mondo e soprattutto un'icona dello stile British. Ma queste è un'altra storia. 

Un sogno lungo tre giri 

Quel giorno a Monza Owen riuscì a completare solo tre giri, costretto al ritiro da un incidente causato da un guasto alle sospensioni indipendenti della sua vettura. Non riuscì così a dimostrare fino in fondo il proprio talento, ma nel triennio successivo avrebbe avuto modo di rifarsi in altre competizioni.

Owen gareggiò anche grazie a una serie di congiunzioni astrali favorevoli. I connazionali Brabham, McLaren e Moss  - tra gli altri - non presero parte al Gran Premio d’Italia del 1960, boicottato dalle scuderie britanniche Cooper, Brm e Lotus, che ritenevano troppo pericoloso l’anello alta-velocità del circuito (ora in disuso da anni). I marchi inglesi assenti scelsero di mandare solo team privati in Italia, come appunto quello di Arthur Owen. Non fu un gioco da ragazzi correre quel giorno.

Gran parte delle squadre non ufficiali si affidarono a piloti giovani provenienti dalla Formula 2. Il gioielliere di Londra - che si autofinanziava dal 1955 quando aveva anche tentato di inanellare un giro veloce proprio sulla pista lombarda - riuscì a iscriversi all’ultimo momento. Conosceva benissimo il tracciato e lo dimostrò nelle qualifiche del sabato ottenendo un piazzamento più che onorevole.

Affari di famiglia

Nessuno dei piloti al via quell’anno aveva ottenuto fino ad allora una vittoria in Formula 1. Alla fine, per la gioia del pubblico italiano, trionfò la Ferrari affidata a un americano, Phil Hill, reduce da una stagione fino a quel momento disastrosa. Fu il primo acuto di colui che nel giro di un anno sarebbe divenuto poi campione del mondo, nel 1961.

Un nome nella storia

Tornando a Owen, da pilota non ebbe più l'opportunità di guidare in Formula 1, ma non abbandonò le competizioni. Prima di ritirarsi nel 1964 si tolse diverse soddisfazioni soprattutto nelle corse in salita.

Nel '62 vinse il campionato britannico di crono-scalate, iscrivendo così per sempre il proprio nome sugli almanacchi storici del motorsport d'oltremanica. Negli anni successivi, al volante della Lotus 23, partecipò al campionato Gran Turismo nella categoria per piccole cilindrate, conquistando anche una pole-position a Macau e un terzo posto assoluto a Suzuka, in Giappone.

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