Ultimo aggiornamento  08 agosto 2020 23:46

Inseguendo Ayrton.

Maria Leitner ·

Quando conobbi Ayrton nel 1990, la situazione era questa: lui due volte campione del mondo di Formula 1, bello, ricco, famoso, molto schivo, rincorso e corteggiato dalle donne del pianeta. Quando andavi in Brasile in quegli anni capivi che per laggiù esistevano soltanto Dio, Senna e Pelé, o viceversa. Immaginate con quale stato d’animo mi avvicinai ad Ayrton per la prima intervista. La stagione partiva da Phoenix, gran premio cittadino in Arizona, ero stata chiamata dai brasiliani di rete Globo, proprietari di Telemontecarlo che trasmetteva la F1 in Italia, per fare le interviste sulla pit lane.

Voleva capire chi eri

Oltre al peso della responsabilità per la fiducia concessami dalla tv brasiliana e da alcuni piloti che avevano suggerito il mio nome per quel ruolo, avevo intuito - non conoscendolo ancora - che parlare con Senna non sarebbe stata una passeggiata. E così fu. Intuii subito che non gli importava nulla da quale tv dipendevi ma voleva capire che giornalista eri e che tipo di persona si celava dietro il tuo aspetto. Dunque, lavorare per la tv del suo paese non era un vantaggio.

Una concentrazione totale

Allora, era tutta un’altra Formula 1, non c’era tra noi e i piloti l’addetto stampa che controllava le interviste e interveniva se eri fuori tempo massimo, il rapporto te lo dovevi costruire con loro e condividere il tempo a disposizione, sempre che decidessero di concedertelo. Avevi a che fare con uomini dalla personalità fortissima, a volte in grado di decidere cos’era meglio fare non solo per se stessi ma anche per la squadra che spesso aveva grande fiducia in loro. Le riunioni tecniche dentro i motorhome durante le prove erano interminabili. Quando entravano in pista la loro concentrazione sul lavoro era al massimo. Per Senna era totale.

La prima intervista vera con Ayrton la ottenni dopo circa quattro ore di attesa. Non mi conosceva, seppi tempo dopo che aveva chiesto chi ero e perché ero lì. Mi ricordo che era un pomeriggio dopo le prove libere, continuava a girare nel suo box, guardava la monoposto e parlava con gli ingegneri, lo avvicinai e mi disse: “Ok, ma devi aspettare”. 

Rompendo gli indugi

Cosa potevo fare altrimenti? Dopo un’ora e mezza gli feci un cenno affinché non si scordasse che stavo aspettando. Passò un’altra ora e mezza, incrociammo gli sguardi, io come dire guarda che sono ancora qui, lui: so che ci sei. Alla quarta ora ruppi gli indugi, entrando nel box e avvicinandomi per sapere che intenzione avesse. Mi venne incontro dicendomi “non la posso fare ora, è tardi e poi tutte queste interviste....”. Non lo lasciai neanche finire, a quel punto era veramente troppo. È vero – gli feci presente - che ero una giovane donna appena arrivata in un ambiente assolutamente maschile, è vero che prima avevo seguito i rally come appassionata e poi a volte come copilota, è vero che avevo poca esperienza ancora nella Formula 1, ma era anche vero che ero rimasta li ad aspettare tanto tempo, come mi era stato chiesto. E aggiunsi che ritenevo il suo un comportamento poco professionale, poco educato e sicuramente non confacente a un campione del mondo.

"Ti chiedo scusa"

Dalle facce intorno che assistettero alla discussione, pensai di aver fatto il più grande errore della mia vita. Ayrton si infuriò, dicendo cose tipo come mi permettevo di parlargli cosi. Gli risposi che si trattava di educazione e professionalità. Me ne andai e mentre camminavo velocemente dietro i box pensando a come avrei potuto risolvere quell’increscioso primo incontro, mi sentii chiamare. Era lui, che camminando altrettanto veloce mi raggiunse: “Ti chiedo scusa – disse - non amo molto questo genere di cose, è un periodo in cui sono molto nervoso, ma hai ragione, dove la vuoi fare?”.

Ottenni una delle più belle interviste che ricordi. Parlammo non solo di corse, ma soprattutto della sua visione della vita, del suo desiderio di sdebitarsi verso chi non ha avuto tutto ciò che lui ha conquistato grazie anche al suo talento, la sua voglia di dare qualcosa a chi è nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ayrton era anche e soprattutto questo, un uomo intenso sempre oltre le corse

(Questo articolo è tratto da l’Automobile, settembre 2019)

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