Ultimo aggiornamento  21 settembre 2020 09:29

Farley si scalda per diventare ceo di Ford.

Francesco Paternò ·

Per Jim Farley, 58 anni a giugno, potrebbe essere arrivato il momento che forse sogna da quando nel gennaio del 2005 il presidente Bill Ford al Salone di Detroit gli chiese di venire a lavorare per loro. Disse no, quella volta. Il sì arrivò soltanto nel 2007 e dopo un faccia a faccia con il nuovo ceo Alan Mulally.

Oggi Farley sembra essere a un passo dal diventare il successore di Jim Hackett alla guida del gruppo Ford. Hackett era stato nominato ceo nel maggio del 2017 al posto di Mark Fields, quest’ultimo fatto scendere in corsa perché le cose non andavano bene con il titolo in borsa costantemente sotto pressione.

Un incentivo da 2,5 milioni dollari

Il nome di Farley compare in un documento dato alla Sec, l’autorità di borsa americana, in cui si legge che Ford prevede per il manager un ulteriore compenso azionario pari a 2,5 milioni di dollari se diventasse ceo al posto di Hackett. In caso non accettasse, Farley non avrebbe diritto all’incentivo, una pratica molto in uso nel top management statunitense.

Formazione economica

Per Farley, Ford ha ripristinato la poltrona di coo, chief operating officer, direttore operativo che esegue il piano strategico in contatto diretto con il ceo, l’amministratore delegato, con l’intenzione di dare una accelerazione: il 2019 è stato un anno difficile per il gruppo con fatturato e quota di mercato in calo, davanti un piano di elettrificazione importante quanto oneroso e l'impatto mondiale del coronavirus.

Farley ha una formazione economica (Georgetown university a Washington) e non è un ingegnere, nella migliore tradizione dei ceo americani. Tutta però “automotive”, al contrario di Hackett che viene dalla grandi distribuzione di mobili per ufficio.

17 anni in Toyota

Una carriera brillante: fino a ieri, Farley è stato presidente della divisione new business, technology and strategy, capo delle vendite globali di Ford, numero uno dei mercati in Europa e in Sudamerica. Dal 1990 al 2007, Farley è stato la stella americana del gruppo Toyota. Numero due dopo che un altro americano da cui dipendeva, Jim Press, entrò nel board di Toyota, primo straniero o "gaijin" a essere ammesso.

Bill Ford lo teneva sott’occhio e quando lo avvicinò nel 2005 gli ricordò che suo nonno era stato un dipendente della Ford e che la sua famiglia veniva dal Michigan, la culla dell’industria americana dell’auto. Bill Ford sapeva anche – questo lo scrive il giornalista Bryce Hoffman nel libro “American icon” – che la prima auto di Farley era stata una Mustang del 1966, tenuta ancora in garage.

L'incontro con Mulally

Nel primo incontro, Farley rispose a Ford che era felice di stare in Toyota, mettendosi però in tasca il numero di telefono del presidente. Successivamente, Farley fu nominato capo mondiale di Lexus mentre Press lasciò clamorosamente Toyota. Bill Ford tornò all’attacco, facendolo incontrare questa volta con il nuovo ceo Alan Mulally, proveniente dalla Boeing e artefice del salvataggio del gruppo automobilistico senza gli aiuti pubblici come invece fu necessario per Gm e Chrysler. Nel 2007 Farley disse sì, ma nella scalata al cielo aveva davanti almeno Mark Fields, che infatti divenne ceo quando Mulally andò via. Domani potrebbe toccare a lui.

Tag

bill ford  · Ford  · Jim Farley  · 

Ti potrebbe interessare

· di Francesco Paternò

Gm, Ford, Fiat Chrysler e sindacati lavorano al riavvio delle fabbriche in un Michigan falcidiato dal virus. Ford: "Non licenziamo". Il presidente sta con chi è contro il lockdown

· di Edoardo Nastri

Il nuovo direttore operativo prevede un taglio ai costi da 5 miliardi di dollari e dice di voler risparmiare anche seguendo la strada intrapresa da Elon Musk