Ultimo aggiornamento  08 dicembre 2021 03:49

Mario Andretti, “piedone” d’acciaio.

Marco Marelli ·

“A Monza - racconta Mario Andretti - si è accesa la passione per le corse: con i pantaloni corti ho visto il mio primo GP. Il mio idolo era Alberto Ascari. Un pilota completo. Avevo il cuore a mille. Sempre a Monza ho vinto il primo mondiale di Formula 1 con la Lotus nel ’78 ma ho perso Ronnie Peterson. Un grande compagno di squadra, un uomo che stimavo, soprattutto un grande amico. In una sola parola, per me Monza è tutto. Anche per il suo straordinario pubblico che mi è sempre stato molto ma molto vicino.”

Mario Andretti, detto "piedone", porta il 41 come numero di scarpe ma il suo soprannome non si deve alla misura ma al peso del suo piede. Perché questo piccolo grande uomo, nato a Montona nel 1940 quando era ancora Italia ed emigrato negli Stati Uniti nel 1955, ha sempre premuto forte sul pedale dell’acceleratore e ha vinto ovunque con qualsiasi automobile grazie ai suoi nervi d’acciaio, anche contro suo figlio.

Lotta in famiglia

Era il 1986, Mario Andretti guidava per il team Newman/Haas nella Serie Cart. Sul muretto, il team manager Carl Haas consumava sigari da 100 dollari come fossero banali mentine; Paul Newman co-proprietario del team era imbambolato sullo schermo a seguire i pazzeschi sorpassi tra padre e figlio: Mario e Michael. All’ennesimo ruota contro ruota, Newman sibilò: “Io sono nato con gli occhi blu, Mario con i nervi d’acciaio”.
80 anni, una vita incredibile, dall’obbligato espatrio ai trionfi nei templi della velocità e alla conseguente ricchezza, Mario Andretti, sposato con Dee Ann, padre di tre figli (Michael, Jeff e Barbara) oggi è nonno ma non ancora in pensione. Segue le sue tantissime attività: dalla “winery” nella Napa Valley alla racing “Mario Andretti experience”, salita alla ribalta qualche anno fa per aver fatto “sbandare” lady Gaga, dalla collaborazione con Firestone a quella con MagnaFolw Performance.

Sul podio a Monza

L’ultima sua esperienza con Monza risale al 1982. Venne chiamato nell’annus horribilis della Ferrari dallo stesso Commendatore, dopo una stagione con l’Alfa Romeo poco felice, dove si disse che “ormai era … vecchio”. Per capire meglio Andretti e i suoi nervi, merita ricordare le 72 ore che precedettero quel week end mitico, dove si vide a Monza anche l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Al suo arrivo in Italia, all’aeroporto di Linate, venne accolto da un bagno di folla… folle. Poi a Maranello a pranzo con il Commendatore e una breve prova a Fiorano. Convinto delle potenzialità, cambiò casco, si fece portare una Moto Guzzi Le Mans 3 e partì per la Toscana, insieme a Dee Ann. Di lui per ore si persero le tracce fin quando riapparve nel tempio della velocità: Monza.

Un venerdì sotto controllo per non far vedere agli avversari le potenzialità sue e della macchina, poi un sabato esaltante con la pole position, ma non subito. Entrò infatti allo scadere del tempo, dopo aver comandato di scaricare e abbassare la monoposto il più possibile, imponendosi come solo un numero uno può permettersi. Tambay rimase ammutolito. Andretti mancò la vittoria per un problema al pedale dell’acceleratore che, nonostante tenesse sempre a fondo corsa, non trasmetteva tutta la potenza del dodici cilindri. Finì ugualmente sul podio.

“Monza – dice ancora Andretti - è un circuito molto tradizionale e velocissimo, per questo piace a tutti. Un circuito dove, se hai tutto sotto controllo, non puoi non vincere. Un circuito dove non guido da solo perché il pubblico è sempre in macchina con me.

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