Ultimo aggiornamento  07 aprile 2020 22:08

La verità di Ghosn: "È stato un complotto".

Paolo Borgognone ·

Carlos Ghosn ha parlato a Beirut. Per oltre due ore l'ex top manager della Alliance - arrestato il 18 novembre 2018 a Tokyo e fuggito nelle scorse settimane dal Giappone per riparare in Libano - ha difeso la propria posizione, rigettato tutte le accuse di illeciti finanziari e accusato la Nissan - facendo nomi e cognomi - di aver ordito un "complotto" contro di lui.

Ghosn ha anche confermato una notizia finora rimasta non ufficiale: nel 2017 è stato in trattative direttamente con John Elkann per portare Fca all'interno della Alliance, creando il primo dei gruppi auto al mondo. "Non capisco - ha detto il manager - come si sia potuta perdere questa occasione unica. Ora l'affare lo hanno fatto quelli di Psa".

La fuga senza dettagli

Ghosn ha iniziato la sua conferenza stampa ringraziando i giornalisti presenti: "Non sono scappato dalla gustizia, mi sono messo al riparo dalla ingiustizia". Il 65enne manager ha ricordato le tappe del suo arresto e della detenzione. "14 mesi di inferno", ha detto, senza tuttavia rivelare i particolari della sua fuga. A suo avviso, gli sono stati negati anche i più fondamentali diritti umani, come quello di incontrare la propria famiglia e di essere messo nelle condizioni di difendersi. "Le pressioni erano fortissime, isolamento prolungato, interrogatori anche di notte a volte per otto ore consecutive. E condizioni di detenzione durissime. Da subito ho capito che c'era una presunzione di colpevolezza nei miei confronti. Gli inquirenti non volevano provare la mia innocenza ma soltanto estorcermi una confessione".

Ghosn ha puntato il dito anche contro i tempi della giustizia giapponese: "Ho avuto tante volte la sensazione che gli inquirenti volessero solo allungare i tempi della mia detenzione. Dopo 14 mesi sono partito da Tokyo senza ancora avere una data per la prima udienza del processo. Una situazione inaccettabile in qualsiasi Paese civile".

Il suo j'accuse

Ghosn ha puntato il dito: "Chi sono i responsabili del complotto contro di me? Vi dirò i nomi. Il ceo del marchio Hiroto Saikawa (a sua volta dimissionario dopo essere stato accusato di aver percepito somme indebite), innanzitutto. Con lui altri dirigenti, Hitoshi Kawaguchi e Hidetoshi Imazu". Ghosn ha poi accusato alcuni membri del consiglio di amministrazione che avrebbero favorito i contatti con i magistrati che hanno condotto le indagini e di alti personaggi delle istituzioni pubbliche giapponesi. "Ma non farò i loro nomi. Se lo facessi il Paese che ha scelto di ospitarmi, il Libano, potrebbe avere dei grossi problemi e io ne ho troppo rispetto per essere la causa di ulteriori guai per il popolo e il governo libanese".

Difesa e contrattacco

Alle contestazioni di illeciti finanziari da parte della giustizia giapponese, Ghosn ha risposto così: "Quei soldi non sono stati né decisi, né stanziati e tantomeno sono arrivati a me. L'accusa è totalmente assurda". Poi contro Nissan: "Fino a che gli affari sono stati in crescita non ci sono stati problemi. Dal 2017 abbiamo iniziato a vedere una contrazione negli utili di Nissan e qualcuno ha iniziato a perdere la fiducia. Ho sempre lavorato per il bene del gruppo ma soprattutto in Giappone qualcuno ha cominciato a dubitare della tenuta dell'accordo. E hanno creduto che l'unico modo per sbarazzarsi di Renault fosse quello di togliere di mezzo me. Io invece volevo che tutti, giapponesi ed europei, fossero fieri di quello che stavamo facendo".

"Adesso ho sentito dire che volevano girare la pagina di Ghosn. Ma se guardiamo alla situazione attuale vediamo che non esiste più una Alliance. Le decisioni non vengono prese collegialmente e soprattutto non ci sono più utili, né guadagni, mentre la tecnologia non viene rinnovata".

"Tradimento"

Una parte della conferenza stampa è stata dedicata al suo rapporto con il Giappone. "Sui media di Tokyo mi hanno dipinto come freddo e avido. Ma io ho lavorato per 17 anni per il bene di quel Paese, lì hanno studiato e sono stati educati i miei figli. Sono stato il primo straniero a tornare dopo la tragedia del terremoto e del maremoto, quando si è creata la terribile condizione con la fuoriuscita di materiale nucleare dalla centrale di Fukushima. Io sono tornato per aiutare. Come hanno potuto trattarmi come se non lo avessi fatto"? Ghosn ha infine rivendicato il suo attaccamento al Giappone ricordando di aver detto no alla proposta di guidare la General Motors: "Non volevo lasciare il lavoro che stavo facendo con Nissan e Mitsubishi. Per questo ho rinunciato".

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