Ultimo aggiornamento  09 luglio 2020 15:19

Giornata del migrante e mobilità.

Linda Capecci ·

Integrazione e mobilità: due settori all'apparenza distanti ma che, a un'analisi più attenta, risultano essere molto vicini. Secondo un report del 2017 della Temple University, in cui viene effettuata un'analisi statistica relativa alle etnie dei conducenti in Usa, il 48% dei tassisti e il 40% dei conducenti Uber non sono caucasici.

Nella Giornata mondiale dedicata ai migranti (che si celebra in tutto il mondo il 18 dicembre) non è quindi fuori luogo cercare di capire cosa ci sia dietro un fenomeno globale come quello dei drivers di Uber o Lyft, ma anche di taxi pubblici

A portata di mano

Per un migrante entrare nel mondo del lavoro negli Stati Uniti può risultare difficile, ma i servizi di taxi e car pooling offrono un'opportunità accessibile: basta disporre di un numero di previdenza sociale e documenti di immigrazione validi. E' infatti un'opzione molto diffusa tra i nuovi accolti e in molti casi può rappresentare uno strumento di integrazione.

La formazione richiesta non è intensiva o costosa e la flessibilità degli orari rende questo impiego una buona scelta per incamerare eventualmente un secondo reddito o quando -  per i migranti - risulta difficile trovare un'occupazione nel proprio settore di competenza. 

Secondo le principali aziende del ramo, i conducenti sono nella maggioranza soddisfatti e ottimisti, anche se i recenti scioperi e le proteste che hanno portato cortei di auto fin sotto casa degli azionisti principali delle società sembrerebbe testimoniare il contrario: in un report pubblicato da Uber nel 2015 il 61% dei conducenti ha dichiarato che questo tipo di lavoro gli ha garantito una migliore sicurezza finanziaria. E questo nonostante il mestiere del driver sia impegnativo e poco remunerativo: lunghe ore al volante, costi elevati, salario basso. Tra l'altro è un requisito fondamentale avere un'auto da guidare, sia di proprietà o in noleggio, quindi le spese per poter iniziare l'impresa sono tutt'altro che irrilevanti.

American dream?

Uber stima che circa il 60% dei suoi autisti ha un altro impiego. Sebbene lavorare in aziende di ride hailing possa rappresentare un'opportunità per i nuovi arrivati, a lungo termine questo settore può trasformarsi in un vicolo cieco. Secondo un rapporto della no-profit Pew Charitable Trust, le disparità educative tra immigrati e nativi statunitensi influenzano il modo in cui competono nel mercato del lavoro. Gli stranieri "sono impiegati in modo sproporzionato in settori a bassa competenza, di conseguenza, aziende come Uber, sono opzioni interessanti per i migranti che necessitano di una fonte di reddito".

Igor Radulovic, che ha operato come promotore del lavoro presso l'International Rescue Committee, un centro di accoglienza e reinsediamento per rifugiati, negli ultimi vent'anni si è occupato di trovare loro lavoro nei primi mesi negli Stati Uniti per renderli economicamente autosufficienti. Spesso li ha indirizzati verso il settore dei drivers, ma ritiene che, sebbene lavorare come conducente Uber possa rappresentare una buona occasione come primo impiego, rischia di diventare un vicolo cieco per la maggior parte dei "dreamers" arrivati negli Usa in cerca di un futuro più roseo.

In cerca di tutele

La storia di Diawara è una foto nitida di questa realtà. L'uomo ha lasciato il Mali nel 2003 per trasferirsi negli Stati Uniti con la speranza di offrire una vita migliore alla sua famiglia. Si è stabilito a Seattle, dove ha cominciato a lavorare come pescatore, ottenendo un reddito costante e un'assicurazione sanitaria. Poi ha deciso di diventare un operatore Uber e la sua situazione è peggiorata: con una media di 10- 19 ore al giorno gli introiti ne hanno risentito, anche perché gravati dai costi dell'auto, per un ammontare di circa 500 dollari al mese. Inoltre Diawara ha perso la sua assicurazione sanitaria.

Il ride hailing infatti è un settore che funziona ed è in continua espansione, ma è l'esatto ritratto dell'economia neoliberista: "smart" e accessibile ma con politiche aziendali che palesano una carente tutela dei lavoratori, "dipendenti" ma "indipendenti". Forse qualcosa in questo senso si sta muovendo. Nel 2015 ad esempio il Consiglio comunale di Seattle ha approvato una misura che consente ai conducenti di Uber di formare sindacati. Un provvedimento che permetterebbe agli operatori di società di taxi, noleggio e reti di trasporto di negoziare assicurazioni sanitarie, salari, congedi per malattia e cure sul posto di lavoro.

Il settore della mobilità condivisa può essere veramente una chiave di volta per permettere anche agli "ultimi" di guadagnarsi uno spazio nella società, a patto tuttavia che le tutele - e quindi la dignità di ciascuno - siano effettivamente garantite: magari attraverso un'unione tra i nuovi attori del ramo, come Uber e Lyft e i tassisti "tradizionali". Perché anche quando si parla di integrazione, mobilità e diritti, davvero l'unione fa la forza.

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