Ultimo aggiornamento  09 luglio 2020 14:00

Boris Johnson a caccia dei voti dell'auto.

Colin Frisell ·

LONDRA - "Difenderemo la presenza di Nissan, i posti di lavoro, la catena produttiva. Faremo in modo che il settore automotive continui a investire nel nostro Paese". Con queste parole il primo ministro inglese uscente e candidato conservatore alle elezioni del 12 dicembre Boris Johnson ha risposto alle preoccupazione degli operai di Sunderland, la città del nord est del Paese dove sorge l'impianto del costruttore giapponese, il più grande di una Casa straniera sul territorio inglese. Proprio qui, al referendum del 2016 sulla Brexit, l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa (attualmente prevista per il 31 gennaio 2020 con o senza accordo commerciale) aveva ottenuto la percentuale più alta di voti a favore del "leave" con oltre il 53%. 

"Per noi Londra - dove vengono prese le decisioni sul nostro futuro - e ancora di più Bruxelles sono posti lontanissimi". Così dicevano nel 2016 - per giustificare il proprio voto - gli operai dell'impianto, aperto ai tempi della Lady di Ferro Margareth Thatcher, grazie anche a generose concessioni economiche. Il governo inglese pensò di ovviare così alla crisi della industria estrattiva e di quella navale, i due pilastri su cui si reggeva fino agli anni '80, l'economia di questa parte nebbiosa e umida della Gran Bretagna. 

"Deal" or "no deal"

Oggi, alla vigilia di una tornata elettorale che lo vedrà quasi sicuramente vincitore (il Partito conservatore è in testa ai sondaggi di quasi 9 punti percentuali) Boris Johnson è venuto proprio a Sunderland a rincuorare quella parte di elettorato pro-Brexit ma che oggi vede avvicinarsi uno spettro inquietante: quello del disimpegno dei grandi gruppi industriali stranieri dell'automotive. Spaventati, soprattutto, dalla ipotesi sempre sul tavolo di un "no deal". Un'ipotesi che invece il primo ministro si è sempre rifiutato di escludere, proponendola anzi come possibile soluzione pur di arrivare al divorzio da Bruxelles.

Dazi in agguato

Un'uscita traumatica e senza accordi commerciali dall'Europa significherebbe l'applicazione automatica, dal 1 febbraio 2020, dei dazi della Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization) del 10% sulle auto costruite nel Paese. Un'idea che il presidente di Nissan Europa, Gianluca de Ficchy, ha già scartato: "Il 70'% delle vetture che produciamo sul suolo britannico - ha detto il manager qualche tempo fa - vengono poi vendute nel resto d'Europa. Con l'applicazione delle tariffe del Wto l'impianto di Sunderland non sarebbe più conveniente. Si tratta di uno dei migliori stabilimenti che abbiamo ma se ci fosse una 'hard Brexit' dovremo per forza di cose rivedere le nostre scelte". Intanto è già stato deciso che la nuova generazione del suv X-Trail non sarà più fatta in Gran Bretagna.

Pericolo crisi

Il mondo dell'automotive ha reagito pesantemente all'incertezza creata dal voto del 2016. Honda, per esempio, ha già detto addio e chiuderà l'impianto di Swindon. Sorte simile per lo stabilimento di Ford in Galles. Stesso discorso sostenuto da Carlos Tavares, ceo di Psa proprietario del marchio Vauxhall, che ha promesso di chiudere la fabbrica di Ellesmere Port in caso di "no deal".

Secondo la Smmt (Society of Motor Manufacturers, l'associazione dei costruttori) con i dazi del Wto i costi di fabbricazione all'interno del Regno Unito crescerebbero di 3,2 miliardi di dollari l'anno.

L'unica risposta possibile sarebbe un calo della produzione: nel 2018 nel Paese sono state costruite 1,52 milioni di vetture ma la cifra scenderebbe a 1 milione nel 2024 comportando come conseguenza 40 miliardi di dollari di perdite. Anche a Sunderland.

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