Ultimo aggiornamento  28 gennaio 2020 12:18

La Dakar nel regno dei Saud.

Angelo Berchicci ·

Ai profani i deserti sembrano tutti uguali. Ma gli specialisti della Dakar, sanno distinguere bene il pietrisco dell’Hammada sahariano, dalla polvere del deserto cileno di Atacama. Dovranno imparare a conoscere altrettanto bene le dune della penisola arabica, poiché a partire dall'edizione 2020 sarà la nuova ambientazione del rally raid più famoso al mondo.

Il tracciato

Tolto il velo alle caratteristiche principali, il trasferimento in Arabia Saudita non sembra aver intaccato il fascino della Dakar (si tratta del secondo cambio di location, dopo Africa e Sud America). Si partirà da Jeddah il 5 gennaio e le tappe previste sono 12, per un totale di quasi 8.000 chilometri, di cui 5.000 di prove speciali.

L’itinerario si divide in più parti e si snoda completamente all’interno dell’Arabia Saudita: i primi giorni non dovrebbero nascondere troppe insidie in quanto il tracciato fiancheggia la costa del Mar Rosso, dove i percorsi sono maggiormente battuti. Arrivati nella città di Neom, inizia la vera sfida: la gara vira verso l’entroterra in direzione di Riyad, dove l’arrivo è previsto solo l’11 gennaio, dopo quattro giorni spesi tra le dune del deserto, lungo le piste utilizzate dalle carovane di cammelli.

Nella capitale i piloti potranno godere di un giorno di pausa, per poi tuffarsi verso il sud-ovest del paese, invertire la direzione prima del confine con lo Yemen e dirigersi ad est attraversando nuovamente il deserto. L’ultima diramazione, verso sud-est, va a sfiorare gli Emirati Arabi per poi fare ritorno nel centro del regno, a Qiddiyah (pochi chilometri da Riyad), dove l’arrivo è previsto per il 17 gennaio.

I partecipanti

A questa storica 42ma edizione della Dakar prenderanno parte 351 equipaggi, provenienti da oltre 50 nazioni: 170 Moto, 134 Auto e 47 Camion. Un leggero incremento rispetto all’ultima edizione sudamericana. Uno dei favoriti è sicuramente Nasser al-Attiyah, vincitore della scorsa edizione. La prestazione del portacolori Toyota desta interesse anche alla luce dello stato di provenienza, il Qatar, con cui l’Arabia Saudita ha dei rapporti di vicinato a dir poco tesi.

Tra i partecipanti spicca il nome di un “monumento” delle corse in fuori strada, il pilota della Mini Carlos Sainz, e quello di un altrettanto celebre “esordiente”: il due volte campione del mondo di Formula 1 Fernando Alonso, che su Toyota affronta per la prima volta la Dakar.

Visibilità per il Paese 

Il rally raid rimarrà nel regno dei Saud almeno per cinque anni, in virtù dell’accordo stipulato tra la commissione sportiva del paese e l’ente organizzatore Aso (Amaury Sport Organisation).

Dopo la Formula E, l’arrivo della Dakar segna un ulteriore ritorno d’immagine per la famiglia reale, che aspira ad inserire l’Arabia Saudita nella cerchia del “G-20 del motorsport” assieme a paesi come Cina, India, Vietnam e Russia. Oltre ovviamente a pareggiare i conti con gli altri Stati della regione che già ospitano grandi eventi motoristici (Abu Dhabi, Qatar, Dubai).

Scelta controversa

Gli ingredienti per rendere interessante questa Dakar in terra saudita ci sono tutti: i paesaggi suggestivi e la difficoltà fanno tornare in mente le edizioni degli anni '80 e '90, quelle che attraversavano il Sahara, così come lo spirito di avventura davanti a un percorso da scoprire per la prima volta.

Ma non tutto depone a favore della nuova location: alcune tra le pilote e le navigatrici iscritte alla Dakar hanno sollevato dubbi sull'opportunità di correre in Arabia Saudita, facendo notare che fino a 15 mesi fa nel Paese le donne non avevano ancora il diritto di guidare

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