Ultimo aggiornamento  30 gennaio 2023 22:42

Indianapolis riparte da Penske.

Angelo Berchicci ·

Conflitto d’interessi dice qualcuno, passione incontenibile rispondono quelli che conoscono Roger Penske. Il magnate americano, uno dei simboli del motorsport d’oltre oceano, nonché tra i costruttori più vincenti della 500 Miglia di Indianapolis, ha acquistato sia il famoso catino dove si svolge la corsa - l'International Motor Speedway che sorge nella capitale dell’Indiana - sia l’intero campionato IndyCar, che proprio dalla sua gara di punta trae il nome.

Le voci critiche che parlano di una situazione poco ortodossa non hanno tuttavia fermato il magnate. “Indianapolis e la IndyCar hanno bisogno di essere rilanciate - ha commentato Penske -. Questi sono gli Stati Uniti d’America, qui se lavori duro e hai a disposizione un grande gruppo di lavoro, sfondi".

Alcune idee sono già sul tavolo. Anzitutto aumentare lo spettacolo e la competizione nel campionato aprendolo ad un altro costruttore. Attualmente la IndyCar Series è infatti un monomarca, con vetture fornite – per quanto riguarda la scocca – dall’italiana Dallara.

Un po’ di sana concorrenza non può che giovare secondo Penske, che per quanto riguarda l’Autodromo ha progetti ancora più ambiziosi: “Potremmo organizzare anche una 24 Ore e magari far tornare la Formula 1 (che corse a Indianapolis dal 2000 al 2007)”.

Progetti condivisi

Nella sua corsa al rinnovamento del motorsport statunitense, il tycoon non sembra essere da solo. Ha infatti già ricevuto l’appoggio di un paio di nomi che negli States sono considerati di peso: “Ho parlato dei miei progetti con Mario Andretti (vincitore di un mondiale di Formula 1 e di una 500 Miglia di Indianapolis) e A.J. Foyt (4 volte campione a Indianapolis). Tutti e tre concordiamo su che cosa rappresenti questa gara per noi, le nostre aziende e il nostro Paese”.

Un'istituzione a stelle e strisce

“Per me - ha commentato Penske - è la chiusura di un cerchio. Venni qui la prima volta nel 1951 con mio padre quando avevo appena 14 anni e fu allora che il virus delle corse invase il mio corpo”. E di ricordi come questo, di racconti che si tramandano di padre in figlio, l’Indianapolis Motor Speedway ne avrà suscitati parecchi nel corso degli anni.

Oltre ad essere l’autodromo più famoso d’America, si tratta infatti del circuito permanente più antico al mondo (è stato costruito nel 1909, prima di Monza ma dopo quello britannico di Brooklands, che tuttavia non è più in uso).  

Il "capitano" degli ovali e non solo

Oggi ottantaduenne, il “capitano” Roger Penske - come lo chiamano in America - ha debuttato nel motorsport da pilota nel 1961, ottenendo risultati modesti, per poi fondare il team Penske Racing nel 1965 e dedicarsi alla costruzione di auto da corsa. Nel 1969 la squadra ha esordito alla 500 Miglia di Indianapolis, ottenendone la prima vittoria nel 1972. E’ stato quello il momento iniziale di una lunga storia destinata a lasciare il segno non solo negli ovali Usa.

Da allora il team Penske ha vinto la 500 Miglia di Indianapolis altre 17 volte, di cui l’ultima quest’anno con Simon Pagenaud. Nell’impressionante palmares ritroviamo anche numerose vittorie alla 500 Miglia di Daytona, oltre che all’omonima 24 Ore, alla 12 Ore di Sebring e all’australiana 1000 Chilometri di Bathurst.

Dal 1974 al 1977 la scuderia americana è stata impegnata persino in Formula 1, ottenendo una sola vittoria ma pagando comunque un alto tributo di sangue al motorsport europeo: durante il Gran Premio d'Austria del 1975 perse la vita Mark Donahue, pilota simbolo del team e amico personale di Roger Penske. In totale la squadra ha ottenuto 545 vittorie e 621 pole positions negli autodromi di tutto il mondo.

Un piano ambizioso

Con una simile vicenda sportiva e umana alle spalle, non stupisce che Penske venga considerato da molti “l’Enzo Ferrari” degli Stati Uniti. Un’associazione che non sembra neanche troppo azzardata, ma che serve soprattutto a capire l’impatto della recente campagna acquisti del costruttore. Con le dovute differenze, è un po’ come se la Ferrari acquistasse l’autodromo di Monza e l’intero campionato di Formula 1.

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