Ultimo aggiornamento  16 dicembre 2019 00:56

Uber, la protesta a casa degli azionisti.

Paolo Borgognone ·

Il 6 novembre 2019 potrebbe essere un giorno fatidico per Uber. In quella data infatti i soci fondatori e gli investitori che hanno scommesso sulla società di ride hailing - quotata in borsa dal maggio scorso - dovrebbero ricevere la prima cedola semestrale con i dividendi. Il titolo è sceso dai 45 dollari del giorno della quotazione agli attuali 32 circa.

In attesa di sapere se il rischio è stato ben calcolato e se le azioni genereranno effettivamente un profitto, i grandi "stakeholder" della società che effettua servizio taxi con auto private rischiano una forte contestazione. Le associazioni che riuniscono i conducenti hanno infatti organizzato per quel giorno una serie di manifestazioni di protesta che si svolgeranno proprio "a casa" dei più importanti azionisti.

California in rivolta

Tra i primi a trovarsi i contestatori sotto le finestre sarà Garrett Camp - co-fondatore di Uber - descritto come "il visionario dietro il modello di business" della compagnia. La sua residenza da 71 milioni di dollari sulle colline di Beverly Hills sarà l'obiettivo di due delle principali associazioni dei lavoratori, la Gig Workers Rising della Silicon Valley e la Mobile Workers Alliance.

Stessa sorte per la dimora di Bill Gurley - uno dei principali azionisti - ad Atherton nella Bay Area. Il 53enne texano presidente della società di capitali Benchmark e membro del consiglio di amministrazione di Uber dal 2017 è stato tra i manager più vicini al fondatore e ceo Travis Kalanick, estromesso dalla società in quello stesso anno e poi sostituito da Dara Khosrowshahi.

Anche Google coinvolta

Il terzo luogo dove prenderà corpo la protesta dei conducenti di Uber è il Google Community Space, un centro direzionale dedicato al co-working nella zona centrale di San Francisco. Qui - tra gli altri - ha sede Google Ventures, una società satellite del colosso del web che a maggio scorso deteneva quote dell'azienda di ride hailing per una cifra superiore ai 5 miliardi di dollari.

I perchè della protesta

"Tutti questi signori - ha spiegato Jeff Perry, 39 anni di Sacramento, conducente di Uber e tra i leader della contestazione - si stanno arricchendo per milioni di dollari eppure continuano a dire che non hanno soldi per pagarci il salario orario minimo. Il 6 novembre è la nostra grande occasione di farci sentire. Potremo fargli capire quanto le loro decisioni impattino sulla vita di tante persone. Non siamo puntini luminosi su una mappa o semplici emoji su uno schermo digitale, ma persone. E reclamiamo i nostri diritti ".

Ugualmente diretto Edan Alva, 49enne della East Bay: "Pensano ad arricchirsi ma non gli importa di come Uber tratti i suoi conducenti. Il taglio dei prezzi concordato con i concorrenti di Lyft (anche loro in Borsa da quest'anno con risultati non proprio esaltanti, ndr) ci rende impossibile sopravvivere. Per protesta gli andremo a trovare con le nostre auto e gli diremo: quella è casa tua, la mia è questa".

La politica si schiera

A maggio di quest'anno i lavoratori delle principali società di ride hailing sono scesi in piazza chiedendo salario minimo, coperture sanitarie e assicurative e soprattutto per rivendicare il diritto a essere riconosciuti come dipendenti. In settembre la California ha approvato una legge - la AB5 - che equipara i lavoratori della gig economy ai dipendenti e che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Ma, secondo le aziende come Uber, "nel testo non si parla di conducenti" e quindi la disposizione non andrebbe applicata in questo caso.

Lo scontro si è fatto, inevitabilmente, politico. Negli Usa è in pieno svolgimento la campagna elettorale per le primarie, in vista delle elezioni presidenziali del 3 novembre 2020. Fra i candidati del partito democratico almeno quattro, tra cui Elizabeth Warren, Kamala Harris e Peter Buttigieg hanno spesso preso posizione nei mesi passati a favore dei conducenti.

Il più acceso sostenitore della protesta del prossimo 6 novembre è comunque il senatore del Vermont Bernard "Bernie" Sanders che ha detto, senza mezzi termini: "Uber non è una società in difficoltà. Nel 2018 ha pagato ai suoi cinque top manager stipendi per 143 milioni di  dollari, 45 solo al ceo. Io sono a fianco dei lavoratori".

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