Ultimo aggiornamento  14 novembre 2019 14:40

Auto: appello dei costruttori per la Brexit.

Edoardo Nastri ·

Manca poco più di un mese all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (prevista attualmente per il 31 ottobre) e le preoccupazioni aumentano. I costruttori automobilistici del Vecchio continente hanno lanciato un appello congiunto attraverso l’Acea e la Clepa - le associazioni dei produttori di vetture e componenti europei - affinché si eviti in tutti i modi un’uscita senza accordo.

In assenza di un patto commerciale, la Gran Bretagna lascerebbe il mercato unico e l’unione doganale aprendo così la strada a probabili nuove tariffe e tasse su importazioni ed esportazioni e pesando ancora di più su una situazione generale già non rosea in Europa. “Si rischiano tasse e accise per miliardi di euro che ricadranno inevitabilmente sui costi dei prodotti e sull’occupazione nel paese”, si legge nella nota.

-54mila euro al minuto

I numeri fanno impressione: secondo i calcoli dell’Acea la contrazione della produzione costerebbe al Regno Unito circa 54mila euro al minuto. Le accise su auto e furgoni in Gran Bretagna potrebbero superare i 5,7 miliardi di euro.

La Brexit non è solo un problema per il Paese, gli effetti negativi ricadranno anche sull’Europa: “Non è un guaio solo britannico, siamo preoccupati per la totalità delle aziende automobilistiche e di componentistica europee. Un singolo veicolo è costituito da circa 30mila parti, molte delle quali attraversano più volte le frontiere. Per produttori, investitori e consumatori la certezza normativa in merito è di vitale importanza”, spiega Sigrid de Vries segretario generale della Clepa.  

Paure anche in Giappone

La paura di una “hard Brexit” c’è soprattutto tra coloro che hanno degli impianti produttivi nel Regno Unito come Nissan, Toyota e Honda (che ha già annunciato il proprio addio). Delle 1,5 milioni di vetture costruite oltre la Manica più della metà appartengono alle tre case giapponesi, attratte nei primi anni ’80 dalla politica liberista di Margaret Thatcher.

L’industria giapponese nel Regno Unito  ad esempio impiega più di 150mila persone e solo il sito produttivo di Nissan, a Sunderland, conta oggi più di 6.700 dipendenti. “In caso di mancato accordo saremmo costretti a rivedere i piani d’investimento”, spiega Koji Tsuruoka, l’ambasciatore del Giappone a Londra, che già in passato ha lanciato l'allarme. Chissà se la voce dei costruttori automobilistici sarà determinante per evitare il “no-deal”. I posti di lavoro e la quantità di investimenti in gioco potrebbero potrebbe fare la differenza. Il tempo stringe. 

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