Ultimo aggiornamento  26 febbraio 2020 00:06

Petrolio: schiarita in vista.

Paolo Borgognone ·

La crisi petrolifera che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso dopo gli attacchi terroristici, portati con dei droni, ad alcuni siti produttivi di Aramco in Arabia Saudita, con conseguente inevitabile aumento del prezzo del greggio, sembra andare verso una soluzione.

La notizia arriva direttamente dal Golfo Persico dove il ministro dell'energia saudita Abdulaziz bin Salman ha ribadito che la situazione sta tornando quella di prima degli attacchi che avevano compromesso l'estrazione di oltre 5,7 milioni di barili di greggio al giorno, circa il 5% del totale globale. Il politico di Riad ha confermato che la produzione di circa 1,7 milioni di barili al giorno sarebbe già ripresa.

Il prezzo del "brent" (il greggio del Mare del Nord utilizzato come riferimento a livello internazionale), schizzato in alto lunedi scorso, è sceso del 6%, attestandosi sui 64 dollari al barile. Questo grazie, in particolare, alla cosidetta "spare capacity", ovvero le scorte di greggio disponibili entro 90 giorni messe da parte dai vari Paesi produttori e che ammonterebbero a 940mila barili al giorno, al netto dell'Arabia Saudita.

Produzione garantita

Al di fuori del Golfo Persico i maggiori produttori mondiali di petrolio oggi sono gli Usa (17,4 milioni di barili al giorno), seguiti dalla Russia (11,6%). Le due superpotenze coprono da sole circa il 30% del fabbisogno mondiale, il che spiega - secondo gli esperti - anche il relativo impatto del taglio produttivo saudita sul prezzo complessivo.

Rimane poi l'incognita dell'Iran, il Paese con la più alta quota accantonata non utilizzata ( 1,7 milioni di barili al giorno) che è però stretto nelle sanzioni di Washington e quindi ha una limitata capacità di esportazione.

Petrolieri cauti

In Italia la ricaduta sui prezzi dei carburanti dovrebbe essere relativa, con aumenti limitati a pochi centesimi di euro, anche se l'Unione Petrolifera ha parlato di "alcune preoccupazioni", legate - secondo il presidente dell'Up Claudio Spinaci - in particolare "al tempo necessario per rimettere a pieno regime la produzione in Arabia Saudita.

La storia si ripete

I contraccolpi sul mercato petrolifero globale dell'instabilità politica, in particolare nel Medio Oriente e nel Golfo Persico, non sono certo una novità. Alcuni eventi - come la guerra del Kippur dell'ottobre 1973 - portarono il mondo sull'orlo di una crisi di appovviggionamento, soprattutto perché all'epoca i Paesi di quella zona geografica erano quasi i soli produttori di petrolio. Nel 1973 venne a mancare oltre il 7% del fabbisogno mondiale, una situazione che si ripeterà ancora di più tra il 1978 e il 1979 con la rivoluzione in Iran (-8,5% della produzione) e quindi, tra il 1990 e il 1991 con un crollo del 6,5% causato dalla guerra tra Iran e Iraq.

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