Ultimo aggiornamento  14 dicembre 2019 10:50

L'auto ai tempi di Boris Johnson.

Colin Frisell ·

LONDRA - "L'hard Brexit aleggia sull'industria automobilistica britannica come una velenosa nuvola di gas di scarico". Non usa mezzi termini il Guardian - uno dei giornali inglesi più venduti, tradizionalmente non  proprio schierato dalla parte del partito conservatore - per descrivere la situazione del mondo automotive del Regno Unito all'indomani della nomina di Boris Johnson a primo ministro.

L'ex sindaco di Londra ha fatto dell'uscita il 31 ottobre della Gran Bretagna dall'Europa anche senza accordi commerciali e a qualsiasi costo il proprio cavallo di battaglia e le sue prime parole dopo aver ricevuto l'incarico di formare l'esecutivo a Buckingham Palace non lasciano spazio a dubbi. "Chi dubita, chi prevede sciagure, chi vede tutto nero verrà smentito. Siamo qui per dare corpo alle tante promesse fatte dal Parlamento al popolo e uscire dall'Unione europea il 31 ottobre. Abbiamo 99 giorni per farlo ma non serviranno tutti perché siamo stanchi di aspettare".

Altolà dall'industria

A suonare l'allarme è anche la Society of Motor Manufactures and Trade, l'associazione dei costruttori e rivenditori. Secondo il ceo Mike Hawes una no-deal Brexit arriverebbe a costare all'industria automobilistica una cifra equivalente a oltre 80 milioni di euro. Al giorno.

Un simile scenario - oggi più che mai vicino secondo l'Smmt, viste soprattutto le bellicose dichiarazioni di Johnson che davanti ai giornalisti a Downing Street ha parlato di "uscita il 31 ottobre anche in assenza di accordo, senza se, ma e forse" - lascerebbe immediatamente gli impianti sul suolo britannico "affamati" di componenti per costruire le auto e avrebbe conseguenze disastrose su esportazioni, occupazione e prodotto interno lordo. Inoltre l'inevitabile imposizione di tariffe doganali - che sarebbero almeno del 10% - avrebbe un costo spaventoso.

La posizione dell'industria automotive è esattamente opposta: "Il primo impegno - ha detto Hawes - del nuovo primo ministro dovrebbe essere quello di assicurarci un accordo commerciale certo e senza frizioni con l'Unione europea. Il tempo è un lusso che non abbiamo". I costruttori sostengono invece che, in caso di approvazione dell'accordo già stipulato con Bruxelles, l'industria del settore potrebbe ricevere una spinta propulsiva quantificata in 20 miliardi di sterline l'anno

Periodo difficile

Il mondo dell'auto in Gran Bretagna sta già attraversando un periodo difficile e l'incertezza sulla Brexit - che si trascina praticamente dall'indomani del referendum del 2016 - ha aggravato il quadro. Case come Honda e Ford hanno già annunciato l'intenzione di chiudere gli impianti sul suolo britannico. Nissan - che a Sunderland dà lavoro fin dagli '80 a una vasta regione del nord est del Paese - ha confermato il blocco degli investimenti, l'intenzione di spostare altrove parte della produzione, in particolare della X-Trail e proprio da poche ore ha parlato di oltre 12mila licenziamenti in tutto il mondo entro il 2022. Sottolineando come gli unici dipendenti a poter stare tranquilli siano quelli che lavorano in Giappone. Per gli altri l'incertezza è massima.

Nelle ultime ore Aston Martin ha dovuto rivedere al ribasso le consegne previste (-14%), con conseguente immediato crollo in Borsa (-22,6%). Negli ultimi tre mesi Jaguar Land Rover - il più importante costruttore inglese, di proprietà del gruppo indiano Tata Motors - ha registrato perdite per 395 milioni di sterline dopo aver visto un declino delle vendite pari all'11,6%. Intanto l'azienda sta rivedendo le spese e ha in programma tagli per 2 miliardi e mezzo di sterline

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