Ultimo aggiornamento  13 agosto 2020 16:45

Lancia Fulvia, appuntamento con la storia.

Massimo Tiberi ·

Grande meeting internazionale il 5 e 6 ottobre prossimi per celebrare una delle auto italiane più significative del periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Raduno a Biella - organizzato dall'Automobile Club della città piemontese - e guida sulla mitica pista di Balocco per le Lancia Fulvia berline e coupé protagoniste di una stagione indimenticabile.

Nel solco della tradizione di modelli di fascia media che oggi definiremmo premium, come la Aprilia e l’Appia, nel 1963, in una fase di pieno rilancio del marchio torinese viene presentata una quattro porte dai tratti classici e molto compassati. Disegnata da Piero Castagnero, è tecnicamente però all’avanguardia secondo la filosofia progettuale di Antonio Fessia. Sostenitore della svolta verso la trazione anteriore già affermata con la Flavia, l’ingegnere piemontese trasferisce sulla vettura di categoria inferiore molte delle prerogative che all’epoca distinguevano le Lancia dalle dirette concorrenti.

Tutto sul comfort

Completamente nuovo il motore, un 1.100 in lega leggera che manteneva la storica architettura dei quattro cilindri a V stretta ma con doppio albero a camme in testa, impostazione di tono sportivo allora vanto soprattutto delle Alfa Romeo. D’altra parte, la potenza di soli 58 cavalli non consentiva prestazioni di livello, penalizzate anche dal peso non indifferente di una berlina che puntava molto sul comfort, sulla ricchezza degli equipaggiamenti e su una qualità costruttiva al di sopra della media.

Spaziosa all’interno rispetto ai poco più di 4 metri di lunghezza, la Fulvia non si negava qualche accento di originalità, come ad esempio il tachimetro a rullo, mentre su strada il comportamento si avvantaggiava della trazione anteriore e della presenza di quattro freni a disco e di un cambio a quattro marce interamente sincronizzato.

Nel 1964, con l’arrivo della versione battezzata 2C, a doppio carburatore e con 71 cavalli, il principale difetto viene ridimensionato, donando anzi alla vettura un temperamento senza rivali per la cilindrata: quasi 150 chilometri orari di velocità massima e accelerazioni molto vivaci.

Arriva la Coupé

L’anno successivo, un colpo d’ala stilistico di Piero Castagnero firma la variante Coupé della Fulvia. Elegante fuori dai canoni tradizionali, è una 2+2 posti compatta, con il motore portato a 1.200 e ad 80 cavalli, destinata ad uno straordinario successo sia di pubblico che in campo agonistico con le derivate HF, sigla che entrerà nel cuore di intere generazioni di appassionati. Ad affiancarla l’altra interpretazione di Zagato, più aggressiva nell’estetica e alleggerita nella scocca per prestazioni ancora più spinte fino a raggiungere i 170 chilometri orari.

Regina del rally

Le evoluzioni parallele di berline e coupé portano ad interventi non sostanziali, ma c'è un crescendo di cilindrate: 1.300 per la quattro porte e 1.600 per le 2+2, mentre le potenze saliranno fino a superare abbondantemente i 100 cavalli. Nel 1972 il coronamento della carriera sportiva per l’HF, con la vittoria dell’equipaggio Munari-Mannucci al Rally di Montecarlo e della Lancia nel Campionato Internazionale, grazie ad una piccola, maneggevolissima auto capace di mettere in riga perfino le Porsche.

Intanto, dal 1969 la casa torinese è entrata nel gruppo Fiat e la Fulvia berlina è soggetta a un più consistente restyling mentre al motore 1.300 da 85 cavalli si accompagnerà un cambio a cinque marce. Tre anni dopo l’uscita di scena, ma la Coupé, con una ultima edizione siglata 3 e un po’ semplificata, lascerà il campo soltanto nel 1976, a conferma di un successo che l’ha portata a conquistare circa metà delle oltre 350mila unità vendute complessivamente del modello.

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