Ultimo aggiornamento  15 settembre 2019 12:46

Cina, dove va l'auto elettrica.

Patrizia Licata ·

L’industria cinese dell’auto elettrica rischia una brusca frenata: troppi produttori che potrebbero non trovare mai sbocco sul mercato. Favorite dai sussidi del governo di Pechino all’acquisto dei veicoli a basse emissioni, le aziende dell’auto elettrica sono spuntate in Cina come funghi: sono 330, secondo Reuters, oltre 450 per la China Association of Automobile Manufacturers. Potranno sopravvivere senza il piano di incentivi di Pechino che termina nel 2020? Le banche sembrano credere di no: nei primi sei mesi del 2019 le startup cinesi dell’auto a batteria hanno attratto appena 783 milioni di dollari dagli investitori contro i 6 miliardi raccolti nello stesso periodo del 2018 (dati di PitchBook). Il trend negativo è iniziato nella seconda metà dell’anno scorso, quando gli investitori hanno sborsato solo 1,7 miliardi di dollari. 

Pechino toglie i sussidi

Nei piani del governo di Pechino i cosiddetti new energy vehicles (auto elettriche a batteria, ibride e ibride plug-in e auto a idrogeno) dovranno rappresentare in Cina il 20% delle vendite di auto nuove nel 2025 contro l’attuale 5%. Gli incentivi all’acquisto hanno funzionato (1 milione di auto elettriche vendute nel 2018), hanno stimolato la nascita di imprese locali e hanno ovviamente attratto anche i costruttori esteri, a cominciare da Tesla, che dovrebbe avviare nella seconda metà dell’anno la produzione dal suo nuovo stabilimento a Shanghai. Tuttavia i sussidi di Pechino stanno per terminare e gli effetti già si fanno sentire: a maggio le vendite di auto a basse emissioni sono cresciute solo dell’1,8% contro il +18,1% di aprile e il +62% dell’intero 2018.

“È una fase cruciale in cui si decide della sopravvivenza di tante startup”, ha dichiarato Thomas Fang, analista di Roland Berger a Shanghai. Molte di queste aziende sono in realtà molto piccole e ferme a un prototipo e, come dice Wei Qing, managing director di Sailing Capital, “Ci sono troppi punti interrogativi, non è chiaro come si arriverà alla produzione di massa”. La stessa Sailing Capital ha incontrato 20 startup cinesi dell’auto elettrica a inizio anno per poi decidere di non investire in nessuna.

La prova del mercato

La corsa all’elettrico cinese dovrà dunque diventare più disciplinata. Il potenziale per i veicoli a emissioni zero è enorme, perché il tasso di penetrazione attuale è basso, “ma con spazi solo per i costruttori più competitivi, mentre i più deboli spariranno”, ha dichiarato Cui Dongshu, segretario generale della China Passenger Car Association. Crescono le aziende più strutturate, come Byton, che ha il sostegno del costruttore Faw Group (un’azienda di proprietà statale) e del big delle batterie Catl, o come WM Motor, sostenuta dal colosso tecnologico Baidu (la cosiddetta Google cinese).

Diverso il discorso per Nio. Considerata la più promettente startup cinese dell’elettrico, degna rivale per Tesla, ha dovuto dimezzare le previsioni sul volume di veicoli che potrà mettere in vendita. I tempi per ottenere la profittabilità si allungano e intanto la fiducia nel brand si è deteriorata dopo che tre auto elettriche Nio hanno preso fuoco. Se va così per Nio, ragionano gli investitori, figuriamoci per le startup più piccole con prototipi poco convincenti e piani industriali dai ritorni incerti.

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