Ultimo aggiornamento  16 dicembre 2019 14:33

Usa: l'auto scrive a Trump.

Paolo Borgognone ·

Diciassette dei più importanti costruttori di automobili del mondo - tra cui Ford, General Motors, Toyota e Volvo - hanno scritto una lettera al presidente statunitense Donald Trump avvertendolo dei rischi che l'intera filiera automotive correrebbe se Washington portasse a termine la deregulation degli standard di inquinamento dei gas di scarico. Un argomento che è stato uno dei cavalli di battaglia della elezione del tycoon alla Casa Bianca nel 2016.

Le nuove regole volute da Trump non farebbero altro che eliminare le normative sull'inquinamento auto dell'era di Obama (volte a combattere i cambiamenti climatici e ottenute dall'industria automotive in cambio di sostanziosi fondi statali) che prevedevano l'obbligo per le Case di produrre entro il 2025 vetture che consumino in media 1 gallone di carburante ogni 54,5 miglia. Il limite resterebbe fissato molto più in basso, a 37 miglia per gallone.

Inversione a U

Secondo l'industria, un provvedimento come quello che l'amministrazione federale starebbe pensando di presentare entro l'estate - sovvertendo l'attuale regolamentazione - rischierebbe di "tagliare i profitti e produrre un'instabilità insostenibile" in un settore manifatturiero cruciale per l'economia americana. Di qui la richiesta di tornare a discutere intorno a un tavolo tutti insieme, per trovare una soluzione di compromesso tra le parti. 

All'indomani della elezione del 45esimo inquilino della Casa Bianca erano stati gli stessi costruttori a rivolgersi al neo eletto presidente, chiedendogli di mettere mano alle richieste del suo predecessore, considerate troppo pesanti. Ma il piano di Trump - che rischierebbe di creare un mercato a doppio binario, con almeno 13 Stati, California in testa, pronti a impugnare le decisioni federali e a non ubbidire a Washington - fa ancora più paura alle Case delle onerose pretese di Obama.

Scontro duro

Per evitare questo scenario da incubo le industrie ora vogliono mediare. Non a caso il medesimo giorno in cui veniva consegnato il messaggio al presidente, un'altra lettera degli stessi 17 costruttori è stata portata a Gary Newsom, governatore della California. In questo secondo documento si chiede apertamente di "aprire un tavolo di contrattazioni per arrivare a definire uno standard a metà strada tra le posizioni attualmente in campo".

Ma convincere Newsom potrebbe essere altrettanto difficile che far recedere Trump dalle sue posizioni: "Plaudo alla scelta delle Case - ha scritto il governatore in una email resa pubblica - di schierarsi contro la riforma del presidente. Ma non accetterò compromessi che peggiorino la situazione in California. E' arrivata l'ora di uniformare la legislazione in tutti gli Usa, ma senza marce indietro".

Tempo per trattare

La durezza della posizione di Newsom ha fatto nascere in alcuni lobbisti di Washington il fondato timore che Trump possa considerare quella del governatore della California e dei costruttori auto una vera insubordinazione e che questo possa - tanto per cambiare - invogliarlo a minacciare, se non a imporre dazi sulle importazioni dai Paesi confinanti. Molte automobili e componenti sono attualmente fabbricati o parzialmente assemblati in Messico o in Canada.

"Tutto  è ancora in fase di definizione - ha commentato Gloria Bergquist, vicepresidente dell'Alliance of Automobile Manufacturers , l'associazione die costruttori - e c'è ancora tempo per trovare un accordo su una regola definitiva e condivisa che sia utile per i consumatori, i responsabili delle politiche e le case automobilistiche."

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