Ultimo aggiornamento  18 febbraio 2020 10:08

Lauda, il coraggio di aver paura.

Umberto Zapelloni ·

Niki Lauda non ce l’ha fatta a vivere una terza volta. Ha riempito due vite di gloria, di imprese e di amori. Ha vinto tre mondiali e senza il fuoco del Nurburgring e la lite con Ferrari, avrebbe potuto vincerne anche di più. Ha vissuto lottando. Prima contro la famiglia che lo voleva banchiere (non bancario) e non pilota. Poi contro il fuoco che gli ha cambiato per sempre il volto danneggiandogli reni e polmoni, ma non ha per nulla scalfito la sua voglia di vincere nello sport e nella vita.

Più forte di tutto

Non gli è bastato battere gli avversari in pista. Sarebbe stato troppo semplice per un fenomeno come lui. Ha dovuto lottare per vivere e sopravvivere. Come quando si ribaltò con il trattore e si ritrovò a gareggiare con due costole rotte e provateci voi a infilarvi così malandati in una monoposto. Ma il dolore non lo fermava. Neppure quando con il volto stravolto dal fuoco sorprese Enzo Ferrari e il mondo ripresentandosi in pista a Monza dopo una quarantina di giorni per riprendersi il titolo che James Hunt stava per portargli via. Immaginatevi la sofferenza fisica che doveva provare nell’indossare il casco.

Il tormento morale che doveva sentire mettendosi al volante. Ma lui era fatto così. Non si piegava, mai. Neppure quando qualche mese dopo nella maledetta giornata del Fuji decise di scendere dalla sua Ferrari perché sotto quel diluvio non voleva rischiare. Ebbe coraggio di aver paura. Perse il mondiale, ma guadagnò il rispetto del mondo. Divenne il simbolo dell’uomo che ama la vita più della gloria sportiva.

Ferrari non la prese benissimo, anche se l’anno successivo arrivò un secondo titolo. Mondiale anche nel 1977 dopo quello del 1975 quando rappresentò la scommessa vinta dall’ingegnere che aveva trasformato in campione il ragazzino austriaco. Con la Ferrari arrivò il divorzio che l’ingegnere non gli perdonò dicendo pubblicamente: “Se Lauda fosse rimasto in Ferrari avrebbe vinto più titoli mondiali”. Leggendo l’albo d’oro e il titolo di Jody Scheckter nel 1979 non è difficile dargli ragione. Niki il suo terzo Mondiale lo vinse poi in McLaren dopo essersi ritirato una prima volta per dedicarsi al business degli aeroplani, un’altra sua grande passione.

Non sbagliava (quasi) mai

Niki in pista era un ragionatore, un pilota veloce che raramente sbagliava. Sapeva aggredire, ma soprattutto sapeva aspettare il momento giusto per farlo. I suoi tecnici raccontano di un feeling straordinario nel capire la monoposto. Lui scherzando diceva sempre che era tutto merito del “suo culo” con cui sentiva la pista. Fuori dall’auto era un uomo che diceva sempre quello che pensava, che non guardava in faccia a nessuno. Montezemolo, un amico prima che un datore di lavoro, se ne accorse fin dal primo incontro all’aeroporto di Vienna, quando fu costretto a comprarsi il Financial Times per capire quando valesse lo scellino austriaco, la valuta in cui Niki voleva il contratto.

La sua ultima vita l’ha vissuta con la divisa Mercedes addosso. Presidente onorario del team di Formula 1, uomo guida del primo Lewis Hamilton, spalla di Toto Wolff in pista. Lavorava per battere le Ferrari, ma Niki resterà per sempre nel cuore di ogni ferrarista vero.

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