Ultimo aggiornamento  15 settembre 2019 11:39

Uber e Lyft: lo sciopero diventa politico.

Paolo Borgognone ·

Le elezioni presidenziali negli Usa sono programmate per il 3 novembre 2020 ma la campagna elettorale è iniziata da tempo. I democratici, in particolare, cercano il candidato giusto che possa battere l'attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump che - a meno di clamorose sorprese - sarà un'altra volta il portabandiera del partito repubblicano. Tra i temi in discussione in questi giorni negli Usa è entrato prepotentemente anche quello della mobilità condivisa: in particolare i nomi di Lyft e Uber - le due aziende più importanti nel settore negli States e non solo - rimbalzano frequentemente nei discorsi dei vari candidati.

Le cifre sono da capogiro. Uber bussa alle porte di Wall Street, pronta per una quotazione milionaria che dovrebbe riconoscergli un valore di almeno 80 miliardi di dollari. Lyft è stata ammessa alle contrattazioni soltanto il 29 marzo 2019 con una valutazione di 24 miliardi di dollari. Anche se da allora le sue azioni non hanno certo spiccato il volo (-23%), l'azienda ha risultati economici notevoli: nel primo trimestre 2019 ha totalizzato guadagni per 776 milioni di dollari. Non pochi. 

Protesta planetaria

Ma esiste un'altra faccia di questa situazione apparentemente florida. E' la vita quotidiana delle decine di migliaia di persone che hanno scelto di lavorare per queste aziende. I lavoratori - sia di Lyft che di Uber così come quelli dell'altro fornitore di un servizio di ride hailing, Juno - sono in sciopero in almeno 10 metropoli americane. Los Angeles, San Francisco, Atlanta, Boston, Washington, New York tra le altre. La protesta - limitatamente a Uber - è arrivata anche a Londra, in Australia e in misura minore in Francia, Brasile, Nigeria e Cile.

Perché uno sciopero? Intanto per vedersi riconosciuto un minimo salariale garantito: 28 dollari l'ora. L'unica città ad aver aderito alla richiesta è New York che ha scelto di obbligare le società a corrispondere questa somma ai driver. Per tutta risposta sia Uber che Lyft hanno bloccato nella Grande Mela la concessione di nuove licenze e fatto ricorso. Secondo una ricerca della app Gridewise - che connette i vari servizi di ride sharing cercando per i clienti le tariffe migliori - nel periodo da inizio marzo a metà aprile 2019, il guadagno medio netto per un conducente raggiungeva appena i 18 dollari. Altro motivo chiave dello sciopero è il riconoscimento dei driver come dipendenti: un'idea che ambienti vicini al partito repubblicano rifiutano completamente e che significherebbe, tra l'altro, orari di lavoro stabiliti per contratto e servizi assistenziali garantiti.

Al fianco dei lavoratori

Se Trump ha detto spesso pubblicamente di essere dalla parte delle aziende e il ministero del lavoro ha confermato che permetterà anche in futuro a Uber e gli altri di considerare i conducenti alla stregua di semplici collaboratori, a fianco degli scioperanti si è schierato il candidato attualmente più vicino alla nomination democratica per il 2020, il 77enne senatore del Vermont Bernie Sanders.

Attivissimo sui social, Sanders ha pubblicato nelle scorse ore un video sui suoi profili Facebook e Instagram che spiega, attraverso le parole di due guidatori di Uber la situazione. "All'inizio - racconta uno degli intervistati - lavorare per Uber era un piacere. Si poteva incontrare gente nuova e si guadagnava bene. Le cose poi sono cambiate. Fino al 2015 era facile, lavorando 8 ore, guadagnare 250/300 dollari. Ora non si arrivano a pagare neanche le cose fondamentali, come le cure mediche. Ci sono conducenti che guidano 50/60 ore alla settimana per mettere insieme le stesse cifre di 3 anni fa. Spesso questo significa essere al volante anche quando si è esausti. Il numero di incidenti sta crescendo: è un problema anche per la sicurezza. Chi paga 20/25 dollari per un passaggio pensa che Uber tenga per sé solo il 20%. Invece le trattenute sono cosi alte che alla fine in tasca ti rimangono sì e no 10 dollari. Ci sono persone che si sono suicidate, è terribile".

Numeri impressionanti

"Le compagnie - dice l'altro conducente - approfittano dei lavoratori. Spesso le condizioni del contratto variano senza che nessuno sia avvertito. Lo stesso succede con gli aggiornamenti della app che magari hanno un riflesso sui guadagni di chi guida. I dirigenti incassano miliardi e per loro chi è al volante è solo un numero".

Secondo una ricerca della università di Georgetown effettuata sui conducenti di Washington, il 100% non ha esattamente idea di quanto riesca a guadagnare. Ancora più preoccupante un altro dato: il 33% di chi lavora per Uber - anche il numero complessivo degli impiegati è molto poco chiaro - è finito in quella che viene chiamata "una trappola di debiti".

Bernie il contestatore

Il senatore Sanders ha le idee chiare e ha chiesto che alle società di ride hailing venga imposto l'obbligo di assumere come dipendenti i guidatori. "Uber non è certo una compagnia povera. I suoi primi 5 manager hanno ricevuto compensi per 143 milioni di dollari nel 2018. Il ceo Dara Khosrowshahi ne ha ottenuti 45. Come è possibile che i conducenti fatichino a portare il cibo a tavola per le loro famiglie? Sono dalla loro parte, sostengo lo sciopero. Lo sfruttamento deve finire".

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