Ultimo aggiornamento  19 febbraio 2020 12:34

Panhard 24, perla rara.

Massimo Tiberi ·

Un marchio glorioso nella storia dell’auto esce definitivamente di scena nel 1967 per restare legato soltanto alla produzione di mezzi militari. Panhard, nata come Panhard et Levassor, inizialmente dedicata a macchinari per la lavorazione del legname, era stata la prima azienda francese a realizzare una vettura nel 1891 e da allora capace di distinguersi spesso per l’originalità delle sue scelte costruttive, a volte decisamente anticonformiste e tecnicamente molto sofisticate.

Come nel caso di quello che potremmo definire un vero e proprio “canto del cigno”, l’ultimo modello della Casa transalpina, la 24 (numero che ricorda le molte partecipazioni di successo alla 24 Ore di Le Mans) presentata al Salone di Parigi del 1963.

Sguardo al futuro

I tratti sono quelli di una coupé quattro posti dalle dimensioni abbondanti (4,26 metri di lunghezza) e dallo stile quasi futuristico per l’epoca, dovuto a Louis Bionier, un creativo in forza alla Panhard da oltre un trentennio. Forme spigolose, grandi superfici vetrate, fari anteriori carenati, offrono un insieme che non ha riscontri in nessuna concorrente. Anche all’interno le soluzioni sono d’avanguardia: il volante è regolabile e i sedili anteriori possono assumere un’infinità di configurazioni diverse, grazie alla opportunità di adattarli sia longitudinalmente che intervenendo sulle sedute e sugli schienali.

La plancia è ricca di strumenti (compresi contagiri, orologio, voltmetro e termometro della temperatura esterna), mentre il lunotto è sbrinabile con un raffinatissimo sistema per convogliare aria calda dall’impianto di climatizzazione e non mancano altre dotazioni di pregio, come le luci nei braccioli delle portiere a doppia funzione che ne segnalano l’apertura e illuminano il terreno circostante.

Tecnologia d'avanguardia

La meccanica, progettata da André Jouan, non è da meno e, pur riprendendo schemi e componenti delle precedenti Dyna Z e PL 17, si mantiene comunque assolutamente fuori dell’ordinario. La trazione anteriore si sposa con sportive sospensioni anteriori indipendenti a quadrilateri e posteriori a barre di torsione e con un piccolo bicilindrico “boxer” raffreddato ad aria di appena 848 centimetri cubici, accoppiato ad un cambio a quattro marce interamente sincronizzato. Ma la modesta cilindrata non deve trarre in inganno, perché la potenza è di ben 50 cavalli, che salgono a 60 nella versione battezzata “Tigre” che spinge la 24 fino a 160 chilometri orari, prestazioni paragonabili a quelle di una buona 1.300-1.500 contemporanea.

Nel 1964, assieme ad aggiornamenti quali l’adozione di quattro freni a disco e varie migliorie, la gamma si modifica mantenendo in listino la sola coupé più performante, siglata “ct”, e aggiungendo un nuovo modello berlina, semplicemente allungando il passo della vettura (da 2,30 metri a 2,55) e con entrambe le varianti di motore (sigle “b” e “bt”). Le porte restano due, ma l’abitacolo è più spazioso e il vano bagagli è sempre di buona capienza, adatto alle esigenze familiari.

Prezzo alto

A fronte di un’indubbia eccellenza su molti fronti, l’accoglienza del pubblico verso le Panhard è però tiepida, non certo incoraggiata da prezzi piuttosto elevati (in Italia si va da 1.550.000 a 1.750.000 lire) e, d’altra parte, nel 1965 si conclude il processo di assorbimento dell’azienda di Avenue d’Ivry nell’orbita Citroën che si dimostra non particolarmente motivata a tenere in vita il marchio e i suoi costosi prodotti. Così, dopo circa 26mila unità vendute, le 24 terminano la carriera dopo appena quattro anni, oggi stimate da una ristretta cerchia di intenditori e rare sul mercato delle auto d’epoca. 

Tag

Citroën  · Francia  · Panhard 24  · 

Ti potrebbe interessare

· di Carlo Cimini

Alla Design Week (9/14 aprile), il costruttore francese festeggia il compleanno del centenario con un percorso espositivo tra passato e presente