Ultimo aggiornamento  17 novembre 2019 00:38

Uber, la minaccia arriva da est.

Paolo Borgognone ·

Un ragazzo estone di 25 anni che mette in difficoltà un gigante americano multimilionario. Sembra la trama di un film e invece è quello che sta accadendo veramente a Uber, colosso del ride hailing (servizio taxi con auto private) noto in tutto il mondo e ormai prossimo a entrare in borsa con una valutazione da capogiro superiore ai 100 miliardi di dollari. A sfidarlo Bolt, piccola ma ambiziosa start up nata sulle rive del Mar Baltico che sta progressivamente conquistandosi una fetta del ricco mercato dei passaggi con auto di proprietà.

La storia ha inizio a Tallinn, capitale dell'Estonia, un po' meno di mezzo milione di abitanti a soli 80 chilometri da Helsinky. Qui sei anni fa - quando ne aveva soltanto 19 - Markus Villig fonda Taxify, che diventerà poi Bolt. L'idea è semplice. Sfidare il gigante sul suo stesso terreno, offrendo prezzi concorrenziali ai clienti e chiedendo agli autisti commissioni più basse. Magari partendo dalla periferia, da Paesi poco al centro dell'attenzione. Bolt sbarca così in Polonia e in Kenya e inizia a erodere il predominio di Uber che è costretta a correre ai ripari, offrendo a sua volta ribassi e incentivi.

Business in crescita 

Oggi metà degli introiti di Bolt arrivano dall'Africa e il servizio si è diffuso anche in Europa: adesso è attivo complessivamente in 100 città di 30 differenti Paesi. Tra questi Svezia, Croazia, Finlandia, ma anche Australia, Ghana, Messico e - tra pochi giorni - Russia. Un calcolo approssimativo parla di 25 milioni di persone che hanno utilizzato il servizio da quando è stato istituito.

Prossima tappa: Londra

Villig e i suoi, però, non hanno intenzione di accontentarsi e vogliono allargarsi, soprattutto in Europa. E sul Vecchio continente nessuna città - per un motivo o per l'altro - fa più notizia di Londra. E' proprio in riva al Tamigi che si giocherà la prossima partita tra Davide Bolt e Golia Uber.

Ecco allora che gli estoni stanno cercando di convincere il TfL (Transport for London, l'agenzia che si occupa della mobilità londinese) a concedergli la licenza per operare. Un primo tentativo nel 2017 non è andato a buon fine ma non demordere a volte è un pregio.

Passo dopo passo

Dal punto di vista finanziario Bolt è partita lentamente. Nei primi 5 anni di vita ha raccolto soltanto 5 milioni di di dollari. Nello stesso periodo nelle casse di Uber ne sono entrati 24 miliardi. Nel 2018 una piccola svolta: Daimler e i cinesi di Didi Chuxing investono in Bolt 175 milioni di dollari.

Naturalmente questo da solo non basta e per risparmiare il più possibile la start up - che non ha mai abbandonato il proprio quartier generale in un magazzino a Tallinn - ha mantenuto un profilo basso: in ogni Paese nel quale apre il proprio business non va oltre una manciata di dipendenti e certo non pensa di spendere - come stanno facendo quelli di Uber - milioni di dollari per sviluppare le auto autonome.

Un mondo di rivali

La sfida lanciata da Markus Villig è solo l'ultima in ordine di tempo per Uber che, quasi in ogni parte del mondo, deve affrontare temibili concorrenti. In America (e in Borsa, la quotazione di Uber come abbiamo detto è imminente, quella dei rivali è arrivata solo poche settimane fa) l'avversario numero 1 è Lyft. In India lo spauracchio si chiama Ola.

In Cina Didi Chuxing - che ha rilevato le attività nel Paese asiatico di Uber e ceduto in cambio un quinto delle proprie azioni - ha oltre 550 milioni di iscritti ed effettua 20 milioni di passaggi al giorno. Recentemente sempre Didi ha acquistato la 99, rivale degli americani sul mercato brasiliano. Nel sud est asiatico i californiani hanno preferito lasciare il campo libero all'azienda locale Grab che copra oltre 150 città nei principali mercati dal Vietnam alla Thailandia.

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