Ultimo aggiornamento  20 novembre 2019 13:29

Abarth, 70 anni di corsa.

Massimo Tiberi ·

La cinta di cuoio dei pantaloni tagliata a metà per rivestire le ruote del monopattino e migliorarne l’aderenza: è la prima “elaborazione” di Karl Abarth, figlio di un altoatesino di Merano che nel 1919 a 11 anni riesce così a battere i ragazzi avversari avventandosi sulla ripida discesa di un viale viennese. Precoce testimonianza del coraggio e della genialità di quello che diventerà dal secondo dopoguerra un protagonista della scena automobilistica, dedicandosi agli appassionati della guida e conquistando con le sue vetture oltre 7.000 vittorie nelle gare più disparate. Il marchio compie 70 anni il 31 marzo.

Dalle bici alle auto

Una carriera che si sviluppa negli anni Venti e Trenta, passando dalle biciclette alle corse con le moto e i sidecar, per approdare definitivamente alle quattro ruote nel 1946 con i rapporti che Karl, diventato Carlo e di cittadinanza italiana già dal 1918, stabilisce con Pietro Dusio della Cisitalia, il tecnico Rudolf Hruska e Ferry Porsche. Le piccole monoposto e GT del marchio torinese dello Stambecco, sotto la direzione di Abarth e con piloti del calibro di Nuvolari, Bonetto e Taruffi, si affermeranno in campo agonistico, mentre con Porsche si dà vita al rivoluzionario, e purtroppo sfortunato, progetto di una Formula 1 a trazione integrale.

Nasce il marchio

Terminata l’avventura di Dusio, che avrà poi qualche strascico in Argentina, nel 1949 Abarth fonda, assieme ad Armando Scagliarini, una azienda che punta ad un ruolo ampio in ambito automobilistico, dalla trasformazione di vetture di serie, alle competizioni, alla produzione di modelli sportivi e di componenti tecniche. In via Trecate a Torino, in uno spazio di 1.800 metri quadrati e con il lavoro di 32 dipendenti, vi avvia l’epopea dello Scorpione, il segno zodiacale di Carlo che sarà il simbolo dell’aggressività di tutte le realizzazioni della nuova impresa.

L’inizio non interrompe l’esperienza Cisitalia, centrata sulle ottime prestazioni e i successi di agili spider e berlinette con meccanica di derivazione Fiat 1100 (su una 204 Nuvolari coglierà nel 1950 la sua ultima vittoria), ma non mancano appariscenti esemplari unici firmati da stilisti di fama come Bertone o Ghia ed elaborazioni che utilizzano anche elementi Alfa Romeo e addirittura Ferrari. Ad affiancare le auto, a sostegno dei costi ingenti dell’attività agonistica, diventa perno commerciale dell’Abarth la produzione di marmitte (antico interesse di Carlo dai tempi delle moto) e altri apparati che consentono di potenziare le normali vetture.

Il lancio del marchio

Il vero balzo in avanti dell'azienda torinese è legato però al lancio nel 1955 della Fiat 600, che diventerà base di partenza per trasformazioni via via sempre più complesse, con cilindrate che cresceranno fino a 1.000 centimetri cubici e testate monoalbero e bialbero a camme in testa. Alle berline che mantengono la carrozzeria di serie, personalizzabili negli assetti e con una infinità di accessori sportivi, si aggiungono le compatte, leggerissime coupé di Zagato.

Tutte mieteranno una marea di successi agonistici a livello internazionale alimentando l’entusiasmo, a volte il fanatismo di certo pubblico, che porterà a “truccare” (termine mai apprezzato da Abarth) le proprie utilitarie utilizzando le celebri “cassette di trasformazione” acquistabili direttamente dalla Casa o creando autonomamente e non sempre in modo ortodosso.

Fenomeno Cinquecento

La storia si ripeterà, a partire dal 1957, con la  Cinquecento e la saga delle 595-695, mentre prototipi aerodinamici, studiati da Bertone e Pinin Farina stabiliscono record assoluti di velocità. L’azienda cresce spostando la sede nell’impianto di corso Marche su un’area di 8.000 metri quadrati per 160 dipendenti. Negli anni Sessanta sarà la 850 il soggetto di ulteriori passi avanti e allo stretto rapporto con la Fiat si aggiunge quello con la francese Simca che offrirà nuove potenzialità soprattutto in gara con motori fino a due litri.

Le ambizioni  aumentano costantemente con l’impegno in Formula 2 e 3, le monoposto addestrative e le barchette per la categoria Sport che si distinguono in particolare nelle corse in salita. L’obiettivo di confrontarsi ad armi pari con la Ferrari comunque resta lontano e, all’inizio degli anni Settanta, difficoltà economiche portano al passaggio nel Gruppo Fiat, simboleggiato dall’arrivo sul mercato della apprezzatissima Autobianchi A112 Abarth.

Il mito continua

Carlo muore a Vienna nel 1979, quando lo Scorpione, con il suo straordinario bagaglio tecnico, è diventato il simbolo del reparto corse della casa torinese, con le derivazioni vincenti nei rally della 124 Spider e della 131. Poi sarà la volta anche della Lancia, a conferma di una supremazia sui terreni di gara estesa fino agli anni Novanta. Ad una fase opaca, durata circa un decennio (resteranno un po’ nell’ombra le versioni potenziate della Stilo e della Punto), seguirà il rilancio dal 2008 come marchio autonomo, le varianti della rinata 500 e l’ultima arrivata che rievoca la 124 Spider. Al traguardo dei settant’anni, il mito si conferma nel segno della continuità.

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