Ultimo aggiornamento  30 novembre 2020 16:00

Peter Gabriel: la Lancia della rinascita.

Giuseppe Cesaro ·

Venticinque anni e i Genesis già alle spalle. Come ci si sente dopo aver lasciato, così giovani, uno dei più importanti gruppi della storia rock? Impossibile immaginarlo. L’unico che potrebbe aiutarci è Paul McCartney che, al momento dello scioglimento dei Beatles, di anni ne aveva solo 28. Una volta elaborato il lutto – sempre ammesso che ci si riesca – la domanda è: “E adesso? Da dove riparto?”. A questa domanda, Peter Gabriel - geniale, camaleontico, imprevedibile leader, voce e autore dei Genesis (nato a Chobham - Surrey, contea a sud di Londra - il 13 febbraio 1950, 69 anni fa) - comincia a cercare una risposta intorno alla metà di agosto 1975, quando la casa discografica annuncia, ufficialmente, il suo addio ai Genesis.

“Non mi sentivo libero”

Secondo il portavoce della Charisma Records – era questo il nome dell’etichetta - Gabriel lascia il gruppo per dedicarsi a interessi “letterari e sperimentali” estranei alla musica. Molti anni dopo, il musicista ricorderà così le ragioni della sua scelta: “C'erano tutti questi progetti a lungo termine, con tour interminabili che ipotecavano il futuro, e io sentivo che stavo diventando parte di un meccanismo. Sentivo che mi stavo trasformando in una sorta di stereotipo - lo stereotipo della "rockstar" - o, peggio, che stavo per cadere nella trappola del desiderare quel tipo di gratificazione dell’ego. Non mi piacevo, non mi piaceva la situazione e non mi sentivo libero”.

Le due G, dunque, si dividono: da una parte i Genesis, dall’altra Gabriel. Non andrà male a nessuno. Successo soprattutto commerciale per la band, inserita nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2010 e premiata con il Progressive Music Award alla carriera nel 2012. Successo commerciale ma, soprattutto, artistico per Gabriel, che si imporrà come uno tra gli autori più originali e innovativi della scena internazionale. Tra gli innumerevoli riconoscimenti, 6 Grammy (su 21 nomination), ben 13 MTV Award (23 nomination) e 3 Brit Award (8 nomination). Nel 2014, verrà inserito nella Rock and Roll Hall of Fame anche come artista solista.

"Car"

Gabriel impiega un anno e mezzo per mettere a fuoco la risposta alla domanda che apre questo pezzo. E, naturalmente, la affida alla musica: 9 brani, che compongono il suo primo album post-Genesis. Un album senza titolo, che verrà chiamato, semplicemente, Peter Gabriel I, per distinguerlo dagli altri tre “Peter Gabriel” che seguiranno: 1978, 1980 e 1982. Curiosamente, siamo di nuovo in febbraio: 25 febbraio 1977: 42 anni fa. Non si sa se la scelta sia casuale o voluta. Una cosa, però, è certa: la circostanza assume una forte valenza simbolica e suona come una vera e propria ri-nascita. L’album è noto anche con il nome “Car” per le foto della copertina, che ritraggono l’artista a bordo di un’auto.

Lancia Flavia

Di che auto parliamo? Rolls? Bentley? Aston Martin DB5? Mini? Niente di tutto questo: l'auto della rinascita è un’elegante Lancia Flavia. Avete letto bene, sì: Lancia Flavia. La foto - scattata a Wandsworth, un quartiere del sud-ovest di Londra – infatti, vede il musicista inglese a bordo della Flavia di proprietà di Storm Thorgerson, designer di Hipgnosis, lo studio grafico che firma la copertina. Non un artista qualunque, non un’auto qualunque e, ovviamente, nemmeno uno studio qualunque. Hipgnosis – il cui nome, che suona come ‘ipnosi’, è crasi di ‘hip’ (moda, tendenza) e ‘gnosis’ (conoscenza) – è responsabile della realizzazione di alcune tra le più belle copertine della discografia rock, a partire dalla celeberrima immagine di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). Tra ‘68 e ‘87, Hipgnosis realizzerà quasi 250 copertine per alcuni tra i più importanti gruppi e artisti inglesi tra i quali: Pink Floyd (11 album), Led Zeppelin (5), Genesis (4, 3 dei quali post Gabriel), Alan Parsons Project (4), Wings (3, più 1 McCarntey solista), Yes (2 album), Emerson, Lake & Palmer (1). E, naturalmente, Gabriel (3). Dopo lo scioglimento di Hipgnosis (1983), Thorgerson (anche lui nato in febbraio28, 1944 - come Peter Christopherson un altro dei suoi due soci: nato a Leeds, il 27 febbraio 1955) continuerà a lavorare da solo fino al 2005, firmando ancora una lunga serie di copertine importanti.

Ispirazione in taxi

Thorgerson – considerato il più grande designer di album di sempre (morirà nell’83 a 69 anni) - ricorderà che l’idea della copertina gli era venuta mentre era bloccato su un taxi, nel traffico di Trafalgar Square e pioveva. "Sul cofano, c’erano miriadi di gocce che ondeggiavano, scosse dalle vibrazioni del taxi. 'Fico! – ho pensato. Chissà se, un giorno, riuscirò a riprodurre quell’immagine'. Ed è così che Peter Gabriel e il suo sguardo furtivo hanno finito col sedersi sul sedile anteriore della mia amata Lancia Flavia, che era stata cosparsa d’acqua con un tubo di quelli per annaffiare il giardino. Credo che ciò che rende questo scatto così particolare sia il fatto che è stato colorato a mano (la pellicola era in bianco e nero, Ndr.) e che, sempre a mano, è stata ritoccata ogni singola goccia di quell’immagine”.

Il metodo di lavoro? “Ascolto la musica, leggo i testi, parlo il più possibile con i musicisti. Mi vedo come una specie di traduttore che traduce un evento audio - la musica - in un evento visivo: la copertina. Mi piace esplorare ambiguità e contraddizioni. Sconcertare ma delicatamente, utilizzando elementi reali in modi irreali”.

Lenti a contatto a specchio

Mi piaceva l'idea dell'acqua e anche la combinazione dei colori: bianco, nero e blu – racconterà Gabriel - un'altra idea che avevo avuto per la mia prima copertina era quella di utilizzare delle lenti a contatto a specchio. (In una delle immagini dello shooting, si vede l’artista, seduto sulla Flavia, il finestrino abbassato a metà, che fissa il fotografo con occhi di ghiaccio, Ndr.). Ricordo che mi ci era voluto più di un mese per trovare qualcuno che le fabbricasse. E poi mi avevano fatto firmare un foglio nel quale dichiaravo che, se i miei occhi fossero rimasti danneggiati, loro non avrebbero avuto alcuna responsabilità. Erano piuttosto dolorose da indossare ma l'effetto era fantastico: era come avere palle d'acciaio al posto degli occhi”.

Aspettatevi l'inaspettato

Ma com’è “Car”, l’album con il quale Gabriel dice addio ai suoi amici Genesis e si avvia per la sua strada? Lo scrive, anni dopo, Steve Hackett, chitarrista dei Genesis, anche lui londinese e anche lui – udite, udite - di febbraio: il 12 febbraio 1950 (69 anni fa), un giorno prima di Gabriel. "Ricordo che la prima volta che ascoltai l'album ero negli Stati Uniti con il gruppo per il tour di “A Trick Of The Tail” (settimo album in studio dei Genesis, uscito il 13 – indovinate un po’? – il febbraio 1976, giorno del compleanno di Gabriel, Ndr.). C'era un senso nuovo di maturità e solennità che percorreva la sua voce, cosa che faceva salire tutto a un livello più alto. Naturalmente, c'erano anche degli elementi di contatto con quanto avevamo fatto insieme nei Genesis. Sarei rimasto davvero sorpreso se avesse realizzato un album radicalmente diverso dalle cose che aveva fatto prima. Eppure quello era indubbiamente l’album di un solista. Ti rendevi conto che Pete aveva preso molte delle sue idee e le stava sviluppando in un modo nel quale probabilmente non sarebbe riuscito a fare quando era con i Genesis. Quando suoni in un band, sei costretto a prendere decisioni di gruppo, ma Pete, ora, stava lavorando al suo progetto e poteva andare in qualunque direzione desiderasse. Ogni cosa in quell’album era nuova per me. Non c’era niente che derivasse da idee alla quali stava lavorando quando era ancora con noi. E dubito che avrebbe potuto fare cose del genere se fosse rimasto con i Genesis, semplicemente perché quelle idee non si sarebbero armonizzate con il resto. In quell’album, Pete aveva potuto dare libero sfogo a tutte le sue aspirazioni musicali, mettendo anche insieme davvero un gran bel gruppo di musicisti che erano riusciti a dar vita ai suoi sogni”.

Del resto, lo aveva detto la nota stampa che accompagnava l'album: "Aspettatevi l'inaspettato". E Gabriel era stato di parola. Parola alla quale, fino a oggi, non ha ancora mancato.

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