Ultimo aggiornamento  21 luglio 2019 23:00

Jim Croce, il menestrello camionista.

Paolo Borgognone ·

"Sembra non ci sia mai tempo abbastanza per fare le cose che vorresti". Sono le parole del refrain della bellissima ballata "Time in a Bottle", al primo posto in classifica negli Usa il 30 dicembre del 1973.

A comporla e cantarla un menestrello dalla voce delicata, figlio di immigrati italiani, James Joseph (Jim) Croce, arrivato al successo dopo una vita non facile, nella quale per sbarcare il lunario aveva fatto anche il camionista, in attesa di trovare "il sound da 1 milione di dollari" come canterà alcuni anni dopo un altro compositore e cantante di successo mondiale, Bruce Springsteen. 

Purtroppo l'artista non poté festeggiare quel primato nelle charts, il secondo in pochi mesi: il 30 settembre del 1973, infatti, la sua vita era stata tragicamente spezzata a Natchitoches in Louisiana in un drammatico incidente aereo. 

Giovane talento

Jim Croce era nato a Filadelfia il 10 gennaio 1943, figlio di James Albert Croce e Flora Mary Brabucci, entrambi di ascendenza italiana. Talento musicale precocissimo - a 5 anni aveva imparato la fisarmonica - a 18 scopri la chitarra e iniziò a suonare negli Spires, un gruppo che eseguiva classici folk composto anche da Tommy West e Tim Hauser: i due musicisti, nel 1971, ruberanno il titolo a un romanzo di John Dos Passos per dare il nome al loro gruppo vocale jazz, i Manhattan Transfer

Vita da camionista

Il primo disco di Jim, "Facets", uscì nel 1966 e porta con se una storia curiosa. A finanziarne la realizzazione con 500 dollari furono i suoi genitori che sborsarono quei soldi come regalo per le nozze del figlio con la sua partner artistica Ingrid Jacobson. La speranza dei signori Croce era quella che il disco fosse un fallimento e che questo spingesse Jim a "trovarsi un lavoro rispettabile". Il disco - 500 copie in tutto - fu invece sold out. Ma questo non bastò a far decollare la sua carriera e Jim fu costretto a fare il camionista per sbarcare il lunario: un'esperienza - raccontava lui stesso - che gli diede l'ispirazione per scrivere alcune canzoni come "Big Wheels" e "Workin' at the Car Wash Blues", tra le più rappresentative della sua produzione. 

Canzoni on the road

"Conto i segnali e le miglia fino a Baltimora/ un occhio al stazione per il peso/ un altro alle trappole dei radar/, non possono fermarmi/ perché non è nei miei piani".  La canzone "Big Wheel", ritratto autobiografico degli anni passati da Jim lungo le strade d'America a bordo di un sedici ruote, si trova nel disco intitolato "Jim e Ingrid Croce" e uscito nel 1969. Il disco racconta le storie di viandanti e disperati e ricalca le "Dustbowl Ballads" di Woody Guthrie a cui è certamente un tributo. 

Un'altra canzone ispirata alla vita sulla strada di quel periodo è "Workin' at the Car Wash Blues", la storia di un giovane che pensa di avere le qualità per governare il mondo, ma che si ritrova invece a lavare automobili per tirare avanti. Una metafora delle speranze dello stesso Jim, costretto alla vita da camionista in attesa di un successo che sembra tardare ad arrivare. 

Il miglior pilota del Paese

Di tutt'altro tenore - ma  anche questa ispirata alle quattro ruote - è "Rapid Roy" contenuta nell'album postumo (uscì nel 1974) "I Got a Name", ambientata nel mondo delle corse automobilistiche intorno agli anni '50 e dedicata a Roy Hall, una star delle piste del dopoguerra. All'epoca negli Usa si correva con le cosiddette "stock cars", di fatto delle auto di serie truccate per la pista.

Rapid Roy, il protagonista della storia, è "il miglior pilota del Paese", impareggiabile con le ragazze "che gli urlano dietro lungo tutta la pista" e con gli avversari che straccia sulla sua Chevrolet del '57 mentre "a 130 miglia all'ora sfreccia sul tracciato, senza conoscere la paura, sorridendo alla telecamera e masticando uno stuzzicadenti". 

Fine tragica

Come abbiamo accennato la carriera e la vita di Jim Croce si interrompono tragicamente il 20 settembre del 1973. Mentre è in partenza da un piccolo aeroporto della Louisiana, il BeechcraftE18S su cui ha preso posto il cantante insieme a un suo collaboratore, manifesta problemi al motore e non riesce ad alzarsi da terra. Si schianterà contro l'unico albero nei dintorni, uccidendo tutti le persone a bordo. 

Lo stesso giorno nei negozi americani arrivano la raccolta "Photographs and Memories" e lo struggente singolo "I Got a Name", registrati quella stessa estate. Un destino beffardo che accomuna Jim Croce a un'altra grande voce, quella di Otis Redding, morto anch'egli in un incidente aereo (anche in questo caso un Beechcraft) nel dicembre 1967, a pochi giorni dall'uscita del suo singolo più famoso "Sittin' on the dock on a Bay". 

Tag

Jim Croce  · Otis Redding  · 

Ti potrebbe interessare

· di Giuseppe Cesaro

L'ex leader dei Genesis (69 anni appena compiuti) debuttò come solista con un disco senza nome noto col titolo "Car". In copertina una splendida Flavia

· di Giuseppe Cesaro

Alla chitarra era il più grande, al volante faceva rizzare i capelli. Amava muscle car e velocità, ma non ha mai preso il documento di guida