Ultimo aggiornamento  26 febbraio 2020 11:39

Humphrey Bogart: “Guidala, Sam”.

Giuseppe Cesaro ·

“Non sono bello. Lo ero, ma non lo sono più. Tutto quello che ho è il personaggio sulla mia faccia. Ci sono volute un sacco di ore piccole e moltissimi drink per metterlo lì. Quando vado a girare un film, dico: non togliete le rughe dalla mia faccia!”.

Parola di Humphrey DeForest Bogart (New York, 25 dicembre 1899 - Los Angeles, 14 gennaio 1957), attore forse non tra i più grandi, ma certamente tra le icone immortali di Hollywood. “Non sei una vera stella fino a quando non sanno scrivere il tuo nome a Karachi”, ironizzava. Trench Aquascutum d’ordinanza, Borsalino sulle ventitré, sigaretta perennemente a fior di labbra, sguardo da duro col cuore tenero, voce sabbiata dagli interminabili dialoghi con gin, vodka, whiskey e rum. “Ho smesso di bere una sola volta: è stato il pomeriggio peggiore di tutta la mia vita”.

"Film schifosi"

84 film in 28 anni d’attività. Media sorprendente: 3 film all’anno. “Ho girato più film schifosi di qualunque altro attore della storia”, dichiara. “Non faccio del male all’industria del cinema – spiega. È l'industria che fa del male a se stessa, producendo così tanti film pessimi, come se la General Motors decidesse, deliberatamente, di mettere sul mercato una brutta macchina”.

La verità è che lo dirigono i più grandi registi americani: cineasti del calibro di John Huston (2 Oscar), Joseph L. Mankiewicz (4 Oscar), William Wyler (4 Oscar) e Billy Wilder (7 Oscar). Molte pellicole sono veri e propri cult. Impossibile citarle tutte ma impossibile anche non ricordare film come “Gli angeli con la faccia sporca” (1938), “Il mistero del falco” (1941), “Il grande sonno” (1946), “Il diritto di uccidere” (1950), “La regina d'Africa” (1951, che gli vale l’Oscar come migliore attore protagonista), “Sabrina” (1954), “L’ammutinamento del Caine” (1955, Nomination all’Oscar) e, naturalmente, “Casablanca” (1942, Nomination all’Oscar). Non solo film “schifosi”, evidentemente.

“Non ho fatto niente che non avessi fatto prima”, dichiarerà a proposito di Casablanca. “Ma quando la macchina da presa stringe sul viso di Ingrid Bergman mentre lei sta dicendo che ti ama, chiunque si sentirebbe romantico”. E, ancora: “Se un viso come quello della Bergman ti guarda come se tu fossi adorabile, tutti pensano la stessa cosa. Non serve recitare”.

"Bogey" ama la vita

“Bogey” ama la vita. Gli amici, tirare tardi, bere: “Non sarei mai dovuto passare dagli Schotch ai Martini”. Ma, soprattutto, ama le donne. Tre matrimoni infelici: Helen Menken (solo un anno), Mary Philips (9 anni) e Mayo Methot: 7 anni, decisamente turbolenti. Li soprannominano i “combattenti Bogart”. Una volta, lei arriva a pugnalarlo alla schiena con un coltello da macellaio. Nel ‘44 incontra, finalmente, l’amore della sua vita: la diciannovenne (lui ne ha 45) Betty Joan Perske, in arte Lauren Bacall, con la quale rimarrà fino alla fine, in una splendida casa al 2707 di Benedict Canyon Road, Beverly Hills, insieme ai due figli – Stephen e Leslie Howard – e a un’affollata famiglia di animali domestici, tra i quali 14 polli, 8 anatre e un grosso cane.

Mille donne

Avventure? Un numero incalcolabile. Alcuni biografi parlano, addirittura, di mille. Tra queste, la stessa Bergman, Bette Davis, Jean Harlow e Marlene Dietrich. I soldi lo interessano molto meno delle donne. Un mezzo. “L’unico motivo per fare un milione di dollari con questo lavoro è poter dire: va' al diavolo! a qualche grasso produttore”. Ama il golf (è uno dei migliori golfisti di Hollywood, anche se partecipa raramente ai tornei tra celebrità), la vela (ha un 16 metri chiamato “Santana”) e gli scacchi. Quasi un maestro, tanto che – prima di guadagnare recitando – raggranella qualcosa, sfidando i giocatori nei parchi di New York. Auto? Un mezzo anche loro. Anche se – va da sé - bellissime. Soprattutto nei film, però. Impossibile citarle tutte. Ne abbiamo scelte tre, particolarmente significative.

Plymouth Coupé 1938

È quella del Philip Marlowe protagonista de “Il grande sonno”, il film che definisce l’estetica di uno degli investigatori privati più famosi della storia del cinema, nato dalla penna tagliente del grande Raymond Chandler. Secondo il Mereghetti, quella di Bogart è la più memorabile tra le incarnazioni di Marlowe. Niente male, visto che il confronto è con personaggi come Dick Powell, Elliott Gould, Robert Mitchum e James Caan. Memorabile anche l’auto: una Plymouth Coupé - due porte, lunga 4,7 metri, larga quasi 1,8 - prodotta in circa 2mila esemplari e venduta a poco meno di 800 dollari. Sei cilindri in linea, 12 valvole, 3.548 centimetri cubici, 85 cavalli. Un’auto amata ancora oggi dagli appassionati di hot-rod, per le linee sinuose, che torneranno in voga nei primi anni Sessanta. Ricorda un po’ una Topolino, anche se più allungata, affusolata e decisamente più sexy. Prima del Marlowe di Bogart, la guidava anche “Sandman”, uno dei primi supereroi dei fumetti americani. Una Plymouth nera, dotata di una serie di gadget che lo aiutavano nella sua crociata contro il crimine. Quand’era inseguito, ad esempio, poteva sganciare il paraurti posteriore, pieno di punte acuminate, mettendo fuori gioco chi gli stava alle calcagna.

Nash-Healey LeMans Hardtop 1953

Dal Philip Marlowe ombroso, cinico e disincantato de “Il grande sonno”, al Larry Larrabee – magnate e uomo d’affari freddo e calcolatore – di “Sabrina” (1954): regia di Billy Wilder, 6 nomination, 1 Oscar (costumi) e 1 Golden Globe per la migliore sceneggiatura. La scena è quella nella quale il muro, solo apparentemente granitico, dell’etica esistenziale di Larry comincia a incrinarsi. La crepa che presto lo farà crollare si chiama Sabrina e ha la bellezza disarmante di Audrey Hepburn, Oscar quello stesso anno per “Vacanze romane”. “Sabrina” le varrà un’altra nomination. Ne riceverà altre tre: ’60, ’62 e ’68. Figlia dell’autista di casa Larrabee - da sempre innamorata del fascinoso fratello di Larry, David (impenitente dongiovanni interpretato da William Holden, anche lui Oscar 1954, per “Stalag 17 - L'inferno dei vivi”, sempre di Billy Wilder) - Sabrina è appena rientrata da Parigi.

Era partita ragazzina ed è tornata donna. Una giovane donna dal fascino irresistibile. Per evitare che tanto fascino rischi di far saltare l’importante matrimonio d’affari tra suo fratello David e la figlia del “re della canna da zucchero”, l’astuto Larry trama per rispedire Sabrina a Parigi. Quello che non può prevedere, però, è che bellezza, fascino e candore di Sabrina avranno la meglio anche su di lui. Le prime avvisaglie, durante una gita in auto. Sabrina comincia a sciogliere il cuore del ruvido Larry, con una suadente interpretazione de “La vie en rose”, successo internazionale, reso immortale dalla voce struggente di Édith Piaf (che ne firmò anche il testo). Il primo mattone del muro cade quando Larry lascia che la ragazza abbassi la tesa della sua lobbia, trasformandola in un Borsalino. È lì che Larry cessa d’essere Larry e diventa Bogart.

Ma che auto è quella sulla quale il candore fa capitolare l’astuzia? Una magnifica Nash-Healey LeMans Hardtop del 1953. Una roadster cabrio a due porte, prodotta in soli 507 esemplari (162 nel ’53, tra roadster e coupé), lunga poco più di 4,5metri e larga poco meno di 1,7mt. Trazione posteriore, cambio a quattro rapporti, 4.139 cm3 e 140 cavalli, in grado di sfiorare i 180km/h e passare da 0 a 100 in 11,6 secondi. È la prima sportiva americana del dopoguerra. Per averla ci vogliono ben 3.767 dollari. 254 in più di quanti ne servano per sedere al volante della Chevrolet Corvette e ben 767 in più della Ford Thunderbird: le sue rivali dirette. Nel listino, ovviamente, non è compresa una gita con Audrey Hepburn. Beh, un difetto doveva pur averlo.

Buick Convertible Phaeton 1940

Seconda Guerra Mondiale. Casablanca. Marocco francese. Territorio della cosiddetta “Francia non occupata”, sotto il controllo del governo filo-nazista di Vichy. È sera. Una sera cupa e piovosa. C’è nebbia. L’aria odora di inevitabilità. Poco più in là, un aereo è pronto a decollare. Rick Blaine (Bogart) ha un solo modo per salvare Ilsa Lund Laszlo (Bergman), la donna che ama: costringerla a partire.

“Devi ascoltarmi. Hai la minima idea di ciò che dovresti affrontare se rimanessi qui? Abbiamo nove probabilità su dieci di finire in un campo di concentramento…”. “Lo dici solo per farmi partire”. “Lo dico perché è vero. Dentro di noi, sappiamo tutti e due che tu appartieni a Victor. Sei parte del suo lavoro. Sei ciò che lo fa andare avanti. Se quell’aereo decollerà e tu non sarai con lui, te ne pentirai…”. “No”. “Non oggi, forse. E forse nemmeno domani, ma presto. E per tutta la vita”. “E cosa ne sarà di noi?”. “Abbiamo sempre Parigi. Non l’avevamo più. L’avevamo persa, fin quando non sei arrivata a Casablanca. E ieri sera l’abbiamo ritrovata”. “E io ti ho detto che non ti avrei lasciato mai più”. “E non lo farai mai. Ma ho un lavoro da fare. E, dove sto andando, non potresti seguirmi. Né potresti avere una parte in quello che devo fare. Ilsa: io non sono bravo a fare l’eroe, ma non ci vuole molto a capire che i problemi di tre piccole persone non hanno nessun valore in questo mondo folle. Un giorno capirai… Buona fortuna, bambina”.

È uno dei dialoghi più struggenti dell’intera storia del cinema. Si svolge ai margini della pista, a un passo dall’auto che ha portato lì Rick e Ilsa: un’elegantissima Buick Convertible Phaeton 81C del 1940, battuta, qualche anno fa, all’asta “What Dreams Are Made Of: A Century of Movie Magic” (“Ciò di cui sono fatti i sogni: un secolo di magia del cinema”), per la bellezza di 461mila dollari. Costruita in soli 7 esemplari, era lunga quasi 5,5 metri, larga quasi 2, pesava oltre 2mila chili, aveva 4 porte ed era in grado di ospitare comodamente 6 persone. Trazione posteriore, 5.247cc, 140 cavalli, sfiorava i 140km/h e passava da 0 a 100 in poco meno di 17 sec. Prezzo? 1.952 dollari, tra le più care della sua generazione. Erano anni nei quali un’auto media costava 825 dollari e una casa poco meno di 4mila. Tempi bui. Bellezze abbacinanti.

Guidala Sam, guidala… as time goes by”.  

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