Ultimo aggiornamento  15 dicembre 2018 10:49

Martin Scorsese, Taxi & Co.

Giuseppe Cesaro ·

Cos’hanno in comune - quattro ruote a parte, ovviamente - una Ford Model A del 1929, una Packard Super Eight One Eighty Sport Brougham LeBaron del 1941, una Buick Roadmaster del ‘47, una Chevrolet Impala Convertible del 1963 e un Checker Cab del 1974? Progettista? Linea? Produttore? Carrozziere? Motorizzazione? Soluzioni tecniche all’avanguardia? Valore? Niente di tutto questo. Il denominatore comune si chiama Martin Charles, un ragazzino minuto e fortemente asmatico, figlio di due immigrati siciliani, che, all’inizio degli anni ’40, trascorre l’infanzia a “Little Italy”. “Un paesino siciliano – ricorderà, diventato grande - preso e trasportato, così com’era, a New York”.

Gangster o prete

Dato che la salute non gli consente di dedicarsi allo sport e il fisico non gli permette di entrare a far parte di una delle gang che spadroneggiano sulle strade di quel “paesino siciliano”, a 14 anni, Martin Charles decide di imboccare la strada del seminario. “Ci sono entrato – racconterà molti anni dopo - perché avevo un mentore. Una persona che aveva una grande influenza su noi ragazzini di allora. Era capace di compassione ma, quando serviva, sapeva anche essere duro: le strade del Lower East Side (il quartiere di Manhattan sud che confina con “Little Italy”, ndr.) erano difficili. Volevo essere come lui. Una volta in seminario, però, mi sono reso conto che non puoi adottare uno stile di vita e chiamarlo ‘vocazione’ solo perché vuoi essere come qualcun altro. La vocazione deve nascere dentro di te”.

Duello galeotto

Casa e chiesa a parte, l’unico posto nel quale Martin si sente a suo agio è il cinema, che frequenta fin da quando è bambino. La scintilla scocca con “Duello al sole”, il western drammatico, diretto da King Vidor nel 1946, quando il piccolo ha solo 4 anni. È proprio al cinema che Martin scopre la sua vera vocazione. Passione travolgente. A 8 anni, disegna già i propri storyboard, siglandoli spesso con le parole “Diretto e Prodotto da Martin… Scorsese”. Avete capito bene: il ragazzino italo-americano, gracile e asmatico che, tra gang e seminario, ha scelto la via dell’arte è proprio Martin Scorsese (New York, 17 novembre 1942: 76 anni). Scelta centrata, non c’è dubbio, visto che diventerà uno dei più grandi registi contemporanei.

Pellicole cult

‘Solo’ 25 film in mezzo secolo di attività, è vero. Almeno la metà dei quali, però, veri e propri cult: “Mean Streets” (1973), “Taxi Driver” (1976), “New York, New York” (1977), “Toro scatenato” (1980), “Re per una notte” (1983), “L'ultima tentazione di Cristo” (1988), “Godfellas - Quei bravi ragazzi” (1990), “L'età dell'innocenza” (1993), “Gangs of New York” (2002), “The Aviator” (2004), “The Departed” (2006), “Shutter Island” (2010) e “The Wolf of Wall Street” (2013).

Opere che gli sono valse, tra gli innumerevoli riconoscimenti, 1 Oscar (2007: miglior regia per “The Departed”) su ben 12 nomination e 4 Golden Globe (3 per la miglior regia: 2003, 2007, 2012 – “Gangs of New York”, “The Departed” e “Hugo Cabret”; 1 alla carriera, 2010) su 10 nomination, la Palma d'oro al Festival di Cannes (1976, per “Taxi Driver”) e il Leone d'oro alla carriera (1995) al Festival del cinema di Venezia.

Checker Marathon, 1974

Tra le moltissime auto-icona che affollano le pellicole di Scorsese, c’è questo classico taxi giallo newyorkese, reso ancora più icona dall’essere stato, di fatto, il co-protagonista di fianco a Robert De Niro, di “Taxi Driver” (1976). Per decenni, il Marathon sarà “il taxi” della “Grande Mela” - grazie a spaziosità, solidità e affidabilità, apparendo in quasi tutti i film americani degli anni ’60, ’70 e ’80. E spesso anche in quelli che raccontano gli anni ’50, dato che la carrozzeria è rimasta praticamente identica per decenni. Non solo: in molti film ambientati al di là della “cortina di ferro”, (come “Gorky Park” o la serie televisiva “Mission Impossibile”) il Marathon è stato spesso utilizzato per “interpretare” anche alcune auto di fabbricazione sovietica.

Ma dici a me?

A proposito di “Taxi Driver”, quello che non tutti sanno è che la celeberrima scena del “ma dici a me?” (quando il tassista ex-marine, fa pratica con la pistola davanti allo specchio) venne completamente improvvisata da De Niro, che “rubò” quella battuta – una delle più famose e amate dell’intera storia del cinema - a Bruce Springsteen. Pochi giorni prima di girare, infatti, l’attore era andato a sentire “The Boss” al Greenwich Village, in uno dei concerti che precedettero l’uscita dell’album “Born To Run” (agosto 1975: 18esimo nella lista dei 500 più grandi album di tutti i tempi, secondo Rolling Stone). A un certo punto, il pubblico aveva preso a chiamare Springsteen a gran voce, e lui - fingendosi sorpreso del fatto che si rivolgessero proprio a lui - aveva risposto: “Dite a me?!” (in inglese “You talkin’ to me?”, vale sia al singolare che al plurale). “È la battuta migliore del film – commenterà, ironico, lo sceneggiatore Paul Schradere non l’ho scritta io”.

Chevrolet Impala Convertible 1961

Tra le protagoniste di “Godfellas”, c’è una splendida due porte decappottabile, dalla linea così felice che riesce a far dimenticare il fatto che si tratta di un’auto lunga più di 5 metri (5.344 millimetri) e larga quasi 2 (2.017 per la precisione) che pesa più di 1.700 chilogrammi. Parliamo di una affascinante Chevrolet Impala Convertible del 1961: trazione posteriore, cambio a tre rapporti, 3.859 centimetri cubi di cilindrata, 135 cavalli vapore, velocità massima 148 chilometri orari, accelerazione da 0-100 in 16,3 secondi. Ma non è certo lei l’unica meraviglia a quattro ruote protagonista di questo film. Impossibile, infatti, dimenticare - tra le molte che meritano ben più di un secondo sguardo - una Cadillac Coupé DeVille Phaeton Special Edition del 1979, una Chrysler Newport Convertible 1966 e una Pontiac Grand Prix 1968.

L’aviatore

Per ragioni di ambientazione, però, è in film come “The Aviator” (5 Oscar su 11 nomination) che si trova il maggiore affollamento di bellezze d’epoca. Nel 2004, Scorsese mette in scena la storia di Howard Huges - magnate, aviatore, regista e produttore cinematografico statunitense – coprendo un arco di tempo che va tra i primi anni Venti e la fine degli anni Quaranta.

Ford Model A 1928

Tra le protagoniste a motore più straordinarie di quella storia, c’è una stupenda Ford Model A del 1928: l’auto che mandò in pensione – dopo 18 anni di onorato servizio - la leggendaria Model T. Una decappottabile verde oliva che, pur apparendo soltanto in una breve scena, giganteggia in bellezza. Lunga poco più di 4 metri (4,191) e larga 1,7 metri, superava appena i mille chilogrammi ed era equipaggiata con un 4 cilindri da 3.285 centimetri cubici, da 40 cavalli, che le consentiva di raggiungere i 105 orari di velocità massima. Elegantissima.

Che Packard

In “The Aviator”, però, c’è almeno un’altra bellezza di quelle che tolgono davvero il fiato: una sublime Packard Super Eight One Eighty Sport Brougham LeBaron del 1941. Anche la sua è un’apparizione fugace, ma lascia decisamente il segno. Come, del resto, accade anche a un’altra Packard: una bellissima Deluxe Eight del 1931. La quattro porte Sport Brougham – che sfila sullo schermo avvolta in un’affascinante livrea rosso carminio (pare che ne siano stati prodotti soli 99 esemplari) - pesa più del doppio della Model A, è lunga quasi 5 metri e mezzo (5.418) e larga poco meno di due (1971 millimetri). Otto cilindri in linea, 5.834 di cilindrata, 160 cavalli, cambio manuale a 3 marce, freni idraulici sulle quattro ruote e sospensioni anteriori indipendenti. Indimenticabile.

Buick Roadmaster 1947

Shutter Island” è il film di Scorsese che ha guadagnato di più nel weekend d'apertura: 41 milioni di dollari. Basato sul romanzo “L’isola della paura” di Dennis Lehane, è ambientato su un’isola, all’interno di un ospedale psichiatrico specializzato nella cura di criminali. Va da sé che le auto non possano essere molte. Ma, nascosta sotto un telo, Leonardo Di Caprio – il misterioso e controverso agente del Fbi, protagonista della storia – riesce a scoprirne una che è un autentico gioiellino. Parliamo di una Buick Roadmaster Sedanet del 1947, color amaranto, lunga 5 metri e mezzo (5.515 millimetri), larga poco meno di 2, dal peso che sfiora i 2mila chili (1.935). L’auto - che appartiene alla quarta serie che si fregia del nome Roadmaster (modello piuttosto longevo, prodotto dal 1931 al ’96) - ha trazione posteriore, cambio a 3 marce, 5.247 di cilindrata, 144 cavalli, una velocità massima 138 chilometri orari, e un'accelerazione da 0 a 100 in 17 secondi. Bellissima.

È vero: un giro sull’inquietante Shutter Island è fortemente sconsigliato. Quello su una delle molte meraviglie che sfrecciano nelle pellicole concepite dalla mente geniale dell’ex-bambino di “Little Italy”, invece, è davvero un sogno. E, per la maggior parte di noi, purtroppo, è destinato a rimanere tale.

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