Ultimo aggiornamento  20 novembre 2019 13:09

De Tomaso, ruggisce la Pantera.

Massimo Tiberi ·

Oltre vent’anni di vita produttiva è un tempo straordinariamente lungo per qualsiasi tipo di vettura e normalmente raggiunto soltanto da modelli di massa. Ma c’è un’eccezione, la carriera ultralongeva di una granturismo d’alto bordo, la De Tomaso Pantera. Un percorso, per certi versi accidentato, di quella che è stata comunque una protagonista nella ristretta cerchia delle auto d’elite.

L’idea di una sportiva dalle prestazioni elevate da contrapporre soprattutto alle italiane di nobile blasone nasce, verso la fine dei Sessanta, in casa Ford nella fase in cui il marchio sta conquistando grandi successi in campo agonistico, in particolare proprio a danno delle Rosse di Maranello. I successi della GT40, per quattro volte consecutive vittoriosa alla 24 Ore di Le Mans e i mondiali di Formula 1 dove si fa onore il V8 Ford-Cosworth, spingono il management del colosso statunitense a volersi misurare anche nel mercato di serie al vertice delle prestazioni.

Il vulcanico, intraprendente Lee Iacocca (sua creatura anche la Mustang), all’epoca vicepresidente del gruppo, per realizzare il progetto punta  su Alejandro De Tomaso. L’ex pilota argentino è radicato nella modenese terra d’elezione delle supercar e già ha utilizzato meccaniche Ford per modelli artigianali come Vallelunga o Mangusta e con il Cosworth sta affrontando un tentativo nella massima Formula (non avrà fortuna).

Tra Italia e America

Nel 1971 entra così in scena la Pantera, disegnata da Tom Tjaarda per la Ghia e allestita dalla Vignale, allora entrambe nell’orbita dello stesso De Tomaso, e tecnicamente sviluppata da Giampaolo Dallara, che riprende lo schema a motore posteriore-centrale della GT40 e della Lamborghini Miura,in quel periodo icona d’avanguardia del genere e della quale era stato uno degli autori. Sotto il cofano, un V8 d’impostazione yankee classica (un aste e bilancieri con carburatore quadricorpo) preso dalla famiglia Cleveland della Casa di Dearborn, di grossa cilindrata (5,7 litri), con cambio a cinque marce e 300 cavalli di potenza. I tratti aggressivi e il temperamento su strada sono adeguati al ruolo, ma gli allestimenti, che concedono un po’ troppo alle tendenze americane, sono sottotono per i livelli europei e la qualità costruttiva non è delle migliori.

Nuove versioni

Al favore iniziale del pubblico (il prezzo in America è assai competitivo nella categoria) segue presto un forte rallentamento delle vendite e la Ford, dopo l’avvento di nuove e restrittive normative nazionali, decide di abbandonare la Pantera. Non però De Tomaso, che dal 1974 prosegue l’avventura in proprio, senza raggiungere risultati commerciali significativi ma continuando ad affinare e migliorare la vettura con le versioni GT5 e GT5 S, per potenze di 330 cavalli, estetica dalle sottolineature piuttosto vistose e modelli derivati da competizione con discreto palmares.

Negli anni Ottanta le vendite sono ormai con il contagocce e nel 1990 arriva un vero e proprio restyling dalla matita di Marcello Gandini, mentre il motore, sempre Ford, è un V8 di 4,9 litri ad iniezione da 305 cavalli. Siamo comunque al “canto del cigno”, con appena qualche decina di esemplari fino al 1993 che vanno ad aggiungersi ai circa 7mila realizzati complessivamente

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