Ultimo aggiornamento  05 dicembre 2019 18:53

Monza2018. La gente dentro il cuore.

Pino Allievi ·

2007/2017. “Sa cosa le dico? Che Monza mai e poi mai potrà fare a meno della Formula 1. I piloti e le scuderie vanno e vengono, un circuito resta. Io ero affascinato quando vedevo le monoposto transitare sull’anello di alta velocità, ma è giusto che per una questione di sicurezza quel tratto di pista ora non ci sia più, anche se conservo ricordi memorabili. Non toccatemi Monza …”.
Enzo Ferrari raccontava queste cose nel mese di dicembre del 1986 e s’infervorava perché amava davvero il circuito lombardo, lui che si sentiva un po’ milanese avendo legato la sua vita all’Alfa Romeo per un lungo periodo. Fu proprio a Monza che Ferrari rivelò a chi scrive l’idea di voler editare un quotidiano dell’automobile, spinto da Marcello Sabbatini che ai tempi dirigeva magistralmente Autosprint. E poiché era affezionato alla Gazzetta dello Sport, avendovi collaborato per la rubrica Calcio (sua una memorabile cronaca della partita Modena-Inter), ci chiese anche di perorare la causa con l’editore, perché l’alleanza gli sarebbe piaciuta.

Come in un film

A lui pensammo con nostalgia il 12 settembre 2012 quando Fernando Alonso salì sul podio planetario dell’Autodromo dopo aver trionfato nel Gp d’Italia con la Ferrari F10: Enzo Ferrari sarebbe impazzito di gioia nel vedere tutta quella gente che aveva invaso la pista sventolando le “sue” bandiere. Una scena da film: “Sì, proprio così – racconta oggi Fernando – forse la più bella dei miei anni a Maranello. Solo chi ha il privilegio di correre con la Ferrari sa che cosa significhi sentire la gente che ti entra dentro il cuore e dentro la vita. Non succede con nessun’altra squadra e sono felice di aver dedicato un pezzo della mia avventura sportiva alla Ferrari”. Per la cronaca, Alonso aveva fatto suo il Gp d’Italia anche nel 2007 con la McLaren, ma nessuno lo ricordava più.
Ecco, la Ferrari e Monza, la Ferrari e i tifosi, la Ferrari e l’attesa – per l’anno dopo – del nuovo pilota, dell’eterno salvatore. Alonso giunse quinto con la Renault nel Gp d’Italia dell’anno prima, vinto da Barrichello con la Brawn Gp, già primo con la Ferrari nel 2002 e 2004. Ma poiché i tifosi avevano sgamato, leggendo i giornali, che a fine stagione Fernando avrebbe indossato una tuta rossa, si accalcarono a fargli sentire il loro affetto e le foto di Alonso che firmava in anticipo magliette della Ferrari furono il leit-motiv del gran premio 2009.
Il fatto che avesse vinto un ex-ferrarista, Rubens Barrichello, lasciò tutti abbastanza indifferenti. Perché il tifo è cieco, crudele. Sei anni di Ferrari cancellati in un colpo, il brasiliano percepito come un nemico. Ne sa qualcosa, in fatto di amarezze, anche Michael Schumacher, che si ripresentò a Monza, dopo tre anni di stop, alla guida di una Mercedes nel 2010, piazzandosi al nono posto. Pensate che qualcuno gli abbia porto un fiore, un sorriso, un gesto di riconoscenza? Zero o quasi, undici anni di Ferrari negati come se avesse tradito la patria. Qualcuno osò persino fischiarlo, un sacrilegio. Ma la cosa più feroce fu la totale indifferenza. Monza, quando vuole, è spietata, senza cuore. Anche nel 2011, quando si piazzò quinto nella gara appannaggio di Vettel con la Toro Rosso, Schumacher fu trattato al pari di uno dei tanti comprimari della corsa.
Alla fine, comunque, tutti i grandi campioni sono legati a Monza da un episodio, un trampolino di lancio. Ne sa qualcosa Sebastian Vettel che, quasi totalmente sconosciuto, uscì come un gigante da un’edizione dantesca del Gp d’Italia, alla guida di una Toro Rosso, con un diluvio che durò da sabato a domenica compresa.

Speranza tedesca

Bene, Vettel era un tedeschino di buone speranze ma fu Monza a decretarlo possibile campione per l’abilità che dimostrò sul bagnato: “Sebastian – disse il suo mentore Gerhard Berger – è un pilota di vent’anni che corre con la maturità di un trentenne e il cervello di un cinquantenne. Conquisterà sicuramente un mondiale”. Ne ha vinti quattro sinora e spera nel quinto col Cavallino, chissà quando. Un portento. Fece bene la Ferrari a tenerlo d’occhio e a ingaggiarlo non appena si presentò l’occasione. I successi di Vettel a Monza con la Red Bull sono stati due e dopo il trionfo del 2013 fu chiaro che il suo futuro sarebbe stato, di nuovo, italiano. Con lo scudetto Ferrari sulla tuta. Da qui i festeggiamenti anticipati, gli auguri, l’incoraggiamento caloroso che ebbe. 
Anche Hamilton adora Monza e appena può ricorda che anni fa potè girare con una Mercedes d’epoca anche sul catino di alta velocità – ma senza forzare, solo per vedere e capire – insieme con Stirling Moss. Una immagine indelebile, un’emozione senza compromessi per un pilota che avrebbe trascinato gli entusiasmi in qualunque epoca si fosse cimentato. Per questo il pubblico di Monza lo ama e lo rispetta. Anche se non guida una macchina rossa.

Stella d'argento

Gli ultimi due anni di Monza sono stati un monologo Mercedes. Le frecce d'argento hanno conquistato due doppiette, relegando le Ferrari sul gradino più basso del podio. Nel 2016 è stato Nico Rosberg a trionfare, dopo essere partito alle spalle del compagno di scuderia Lewis Hamilton. Per il tedesco, figlio d'arte, si è trattato della prima vittoria sul circuito italiano. Un successo che gli è valso quasi l'aggancio nel mondiale all'inglese. Hamilton non ha però lasciato scampo agli avversari nel 2017. Il pilota di Stevenage ha approfittato del sole, tornato a splendere sul circuito brianzolo dopo un sabato bagnato, per mettere in fila sia il compagno di squadra Valtteri Bottas che Sebastian Vettel.

Ti potrebbe interessare

· di Redazione

Appuntamento il 2 settembre. Come raggiungere l'Autodromo, gli orari degli eventi e i prezzi dei biglietti. Tutte le informazioni utili per un week end di passioni