Ultimo aggiornamento  23 ottobre 2019 02:11

Quel che è stato Marchionne.

Francesco Paternò ·

Era arrivato a Torino per una “emergenza”, come ci ha detto una volta in un incontro riservato - “era morto Umberto Agnelli e speravo che il mio predecessore non se ne andasse” - e ora se ne è andato per un’altra “emergenza”, la fine tragica e improvvisa della sua vita. Sergio Marchionne, 66 anni, lascia non solo i vertici di Fiat Chrysler Automobiles - la sua creatura - e della Ferrari - la sua ambizione - ma un pezzo di storia italiana di alto management come non si vedeva da tempo dalle nostre parti. Certo anche controversa, ma a suo modo unica nella periferica Italia che per più di un decennio con lui guadagna spazio e attenzione a livello internazionale.

L'ultimo piano industriale

Andando a ritroso, Marchionne esce di scena nel momento in cui Fiat Chrysler e i loro azionisti avrebbero avuto ancora bisogno di lui per garantire una transizione difficile. Il suo piano quinquennale presentato l’1 giugno scorso a Balocco, da affidare ad altri avendo già annunciato la fine del suo mandato per la primavera del 2019, non aveva convinto analisti e mercati, al punto che il titolo in borsa va giù. Il piano prevede l’elettrificazione, finalmente e in ritardo su molta concorrenza, e una produzione orientata più su modelli premium a maggiore redditività per la quale servono però più investimenti, mai dettagliati. Per non dire che all’orizzonte rimane l’ipotesi di una vendita del gruppo o a spezzatino o di una nuova fusione, ipotesi da lui cercata in modo clamoroso con la Gm e poi cancellata almeno ufficialmente dall’agenda soltanto nel gennaio scorso.

Il suo grande capolavoro

Prima ancora, Marchionne - arrivato al potere in Fiat l’1 giugno 2004 da un altro mondo, non automotive - salva il gruppo italiano dal fallimento. Ci riesce ribaltando il sistema sabaudo aziendale, lanciando nuovi prodotti di successo come la Fiat 500, dialogando ancora con tutti i sindacati, creando consenso. Nel 2009 il suo capolavoro: va in America e si prende la Chrysler in bancarotta pilotata accordandosi direttamente con l’amministrazione Obama. È lui a convincere tutti gli uomini del presidente che la sua Fiat è la sola opzione possibile per salvare dal fallimento la più piccola delle tre case americane. Nasce così Fiat Chrysler Automobiles, con un colpo di genio: Chrysler viene acquisita da Fiat con i soldi dei contribuenti americani sotto forma di prestiti dell’amministrazione Obama, che Marchionne restituirà in anticipo come fece prima di lui soltanto il mitico Lee Iacocca. Così sposta il baricentro del gruppo in America. Dove ci sono i soldi e dove si fanno i soldi. La piccola Fiat è salva, prima ancora di Chrysler, ma destinata a pesare sempre meno.

Il rapporto speciale con la borsa

Marchionne è molto altro ancora nel suoi 14 anni di regno assoluto, dove il sole si alza con lui, per dirla con le parole di Luigi XIV e con quelle di chi ha lavorato al suo fianco. Sono un successo la separazione della Ferrari da Fiat Chrysler e la quotazione in borsa della Rossa nell’ottobre del 2015 - che si prende alla fine dell’estate del 2014 cacciando Montezemolo - così come di Fiat Chrysler l’anno precedente, sia a Milano che a New York. È maestro nel controllo a distanza del titolo, non a caso parla solo - quando non è costretto a parlare con tutta la stampa ai saloni internazionali - con Bloomberg o con il Financial Times. La borsa gli dà comunque ragione.

Non un car guy

Marchionne ha dimostrato nella sua carriera automotive di essere uomo di finanza e forte negoziatore, non uomo di prodotto o car guy come dicono gli americani. Questo lo porta a non investire - o a investire meno di quanto ci si aspetterebbe - su nuovi modelli: per fare un esempio, delle 8 nuove Alfa Romeo indicate negli obiettivi a fine 2018, si sono viste finora solo la Giulia e lo Stelvio. Marchionne punta piuttosto a ridurre l’indebitamento, zavorra per chi vuole essere appetibile sui mercati, pure a rischio di lasciare cassetti vuoti per automobili e tecnologie. Sulla guida autonoma fa un accordo di sperimentazione con Google nel maggio del 2016, ma è un cattivo segno per il futuro che nel listino del gruppo ci sia oggi solo un modello ibrido - la Chrysler Pacifica - e una ormai obsoleta Fiat 500 elettrica venduta esclusivamente in California.

La filosofia sempre presente

Nell’uomo Marchionne (visto dall’esterno del suo ufficio), c’è stato un prima e un dopo Fiat Chrysler, più affabile e disponibile prima, almeno con la stampa italiana. Colto (ha una laurea anche in filosofia), amante della musica, gli piaceva citare autori di ogni tipo nei suoi discorsi. Politicamente sempre governativo come aveva raccomandato una volta per sempre Gianni Agnelli, Marchionne era un liberal e solo nei confronti di Silvio Berlusconi aveva manifestato pubblicamente una certa insofferenza durante una assemblea di Confindustria. Dalla quale aveva portato subito fuori la Fiat, segno di un giudizio negativo sul quale non è più tornato indietro.

Da Chieti senza inglese

Nato a Chieti il 17 giugno 1952, da adolescente segue la famiglia a Toronto in Canada, dove si forma e dove prenderà la sua fama di “americano”. Arriva che non sa una parola d’inglese, racconterà successivamente che per questo motivo si è perso anni di ragazze. Proprio quell’inglese che, nella sua era di quasi tre lustri, ci era sembrato - a sorpresa, per un manager italiano - la sua lingua madre, intonazioni e gesti compresi. Forse perché l’aveva imparata per una emergenza.

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