Ultimo aggiornamento  25 maggio 2019 01:00

Ferrari 250 GT Spider California: il top.

Massimo Tiberi ·

Ancora oggi per Ferrari il confine tra vetture stradali e da competizione è estremamente sottile, ma negli anni d’oro di Maranello, tra la fine dei Cinquanta e i primi Sessanta, la sovrapposizione era netta. Per questo motivo le preferenze del Drake, a parte naturalmente le monoposto, andavano decisamente alle auto “coperte”, alle berlinette coupé delle varie serie 250, votate alla pista e che facevano il vuoto dietro di sé in ogni sorta di gara e in ogni angolo del globo.

Mercato Usa

Soprattutto dal mercato d’Oltreoceano, però, e in particolare dall’importatore italo-americano Luigi Chinetti, forte dei consistenti guadagni procurati alla casa del Cavallino, venivano sollecitazioni pressanti per modelli “scoperti”, i più amati dai facoltosi clienti statunitensi.

Nascono così, praticamente in contemporanea, la 250 GT Cabriolet di Pinin Farina, dal temperamento più “turistico”, e la più aggressiva 250 GT Spider California realizzata da Scaglietti. Quest’ultima, fra i miti più celebrati della Ferrari ed entrata a far parte del gotha delle auto d’epoca di maggior valore in assoluto (oltre  sette milioni di euro battuti all’asta per quella appartenuta all’attore James Coburn).

Mito a cielo aperto

Apparsa per la prima volta nel 1957, la California è una due posti a cielo aperto che affascina per il riuscito connubio di eleganza e sportività, sottolineate dai fari carenati (a discrezione le coperture possono essere rimosse), dalle caratteristiche prese d’aria anteriori, laterali e sul cofano, e da allestimenti interni artigianali, lussuosi ma capaci di mettere a proprio agio anche i piloti. Non mancano una capote in tessuto per proteggere l’abitacolo, i classici cerchi a raggi, con pneumatici da 15 o 16 pollici, e solidi paraurti con rostri gommati.

La tecnica deriva direttamente da quella degli altri modelli Ferrari, progettati in un periodo che vede in campo firme “storiche” come quelle di Carlo Chiti, Giotto Bizzarrini e Mauro Forghieri, uomini che hanno le competizioni nel sangue. Il motore, in particolare, è il 12 cilindri a V di 60 gradi, tre litri di cilindrata, dalle ascendenze di Formula 1, con singolo albero a camme in  testa per bancata, due valvole per cilindro, due spinterogeni e tre carburatori doppio corpo. La potenza è di 240 cavalli a 7.000 giri, valori notevoli per l’epoca, mentre il cambio è un quattro marce e i freni sono a tamburo. L’evoluzione della vettura sarà in chiave ancora più spinta: il passo verrà accorciato per una migliore maneggevolezza, si toccheranno i 280 cavalli per velocità (secondo i rapporti) prossime ai 260 all’ora e, dal 1959, arriveranno i dischi della Dunlop. Tipico delle auto del Cavallino di quei tempi l’assetto, con sospensioni anteriori indipendenti a quadrilateri, posteriori ad assale rigido con balestre e sterzo a vite e rullo.

Perfetta per il jet set

Apprezzata da aristocratici e divi del cinema, presenza fissa nelle località mondane, la spider di Maranello non potrà comunque reprimere del tutto la sua vocazione anche agonistica. Più che onorevole il palmares, con un acuto nel 1959 quinta assoluta alla 24 Ore di Le Mans.

Costosa, fra le più care del suo tempo (quasi sei milioni di lire), la California verrà prodotta in poco più di un centinaio di esemplari, una decina con carrozzeria in alluminio, fino al 1963. 

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