Ultimo aggiornamento  15 dicembre 2018 10:01

Clint Eastwood: dal sigaro alla Gran Torino.

Giuseppe Cesaro ·

“Volevo Henry Fonda, ma nessuno gli fece leggere il copione. Dissero che non l'avrebbe fatto. Poi, battemmo ogni record d'incasso, Fonda si arrabbiò e cambiò agente. Allora provai a contattare James Coburn. L'avevo notato ne ‘I magnifici sette’. Avremmo chiuso a venticinquemila dollari. Ma i produttori non vollero pagare così tanto. Allora vidi un episodio di una serie televisiva: “Rawhide” (è la serie western cult la cui sigla iniziale Dan Aykroyd, John Belushi e la loro blues band suonano nel locale country-western, per evitare di essere linciati dal pubblico, nel film “Blues Brothers” - 1980, Ndr.). Notai Eastwood: non diceva una parola ma riusciva a sempre rubare la scena, e senza sforzo. Mi piaceva la sua indolenza: si muoveva molto lentamente - Clint somiglia molto a un gatto. Lo trovavo solo un po' troppo giovane, troppo ben rasato, troppo… pulitino, ma erano dettagli ai quali potevo ovviare. Gli proposi il ruolo. Accettò per quindici mila dollari: la metà di quello che guadagnava in tv”.

Mr. 5 Oscar

Chi parla così è Sergio Leone, uno dei più grandi registi italiani di sempre, considerato il padre dei quegli “spaghetti western” tanto amati da Quentin Tarantino (“Il mio film preferito di tutti i tempi è ‘Il buono, brutto e il cattivo’, perché è il più grande risultato della storia del cinema” e “Sergio Leone è il regista dal quale preferirei farmi dirigere”). L’esordiente, invece - l’avete capito - è Clint Eastwood (San Francisco, California, 31 maggio 1930: 88 anni giovedì scorso), una delle stelle più luminose di Hollywood; un’autentica leggenda vivente. 61 film da attore (tra cui “Per un pugno di dollari” - 1964, “Per qualche dollaro in più” - 1965, “Il buono, il brutto, il cattivo" - 1966 - tutti e tre diretti da Sergio Leone - “L'uomo dalla cravatta di cuoio” - 1968, “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!” – 1971, e “Fuga da Alcatraz” - 1979); 39 come regista (ha diretto autentici capolavori come “Mystic River” - 2003, “Million Dollar Baby” - 2004, “Flags of Our Fathers” - 2006, “Lettere da Iwo Jima” - 2006, “Gran Torino” - 2008 e “Hereafter” - 2010); e ben 18 colonne sonore (non tutti sanno, infatti, che Eastwood è anche un valente pianista jazz). Al suo attivo, un palmares che lo consacra come uno dei più grandi registi contemporanei5 Oscar (2 miglior film, 2 miglior regista, 1 come produttore) su 12 nomination, 6 Golden Globe (su 18 nomination), 3 David di Donatello (8 candidature), 1 Nastro d’Argento, 1 César e un’infinità di altri premi altrettanto prestigiosi.

Protagonista? Il sigaro.

“Sono andato a prendere Eastwood all'aeroporto – ricorda Leone. È arrivato vestito col cattivo gusto degli studenti americani. Me ne fregavo. Mi interessavano il suo viso e la sua indolenza. Parlava poco, come in ‘Rawhide’. Mi disse semplicemente: ‘Faremo un buon western insieme’. Gli ho messo un poncho per ingrossarlo un po’. E un cappello. Nessun problema. Quadrava tutto. A parte il fatto che non aveva mai fumato e si è ritrovato con un toscano in bocca, un sigaro duro e molto forte. È stato il suo calvario”.

Secondo Eastwood, le cose andarono un po’ diversamente. “Sergio mi aveva scelto perché ero a buon mercato. Ricordo che sbarcai a Roma con una valigia in una mano e la sceneggiatura nell'altra. Avevano cercato di mettermi in guardia: ‘Sii prudente - dicevano - quella sceneggiatura è in giro da un po’ in ricerca di un interprete’. Non interessava: a me piaceva. La prima volta che avevo visto “Yojimbo” (il film di Akira Kurosawa del ‘61 che aveva ispirato Leone), avevo pensato che era una grande sceneggiatura. Sergio parlava molto poco inglese e io non capivo una parola d'italiano. Lui sapeva dire ‘Good morning’ e io ‘Buongiorno’, ma prendemmo un interprete e andammo subito d'accordo… E, così, un giorno sono uscito e ho comprato una manciata di sigari. ‘Saranno perfetti per un western’, pensavo. Erano molto lunghi, li ho portati sul set e li abbiamo tagliati: lunghezze diverse da abbinare a scene diverse. Non avevo idea che facessero così schifo!

“Quando gli ho proposto il secondo film – ricorda Leone - mi ha detto: 'Leggerò il copione e verrò a fare il film, ti chiedo solo un favore, però: non mi rimettere in bocca quel maledetto sigaro!'. 'Clint – gli ho risposto - non possiamo eliminare il sigaro: è lui il protagonista!'”

Col cappello o senza

“Il fatto è – ha spiegato più volte il papà degli spaghetti-western – che avevo bisogno di una maschera più che di un attore e, all’epoca, Eastwood aveva solo due espressioni: col cappello e senza cappello. Robert De Niro si butta nel ruolo, assumendo la personalità del personaggio con la stessa naturalezza con cui uno si infila un cappotto; Clint, invece, indossa un'armatura e abbassa la visiera con uno scatto rugginoso. Bobby, innanzitutto, è un attore. Clint, innanzitutto, è un divo. Bobby soffre, Clint sbadiglia”.

Pare che Eastwood, però, non se la sia mai presa più di tanto per queste considerazioni di Leone, anche perché il grande senso dell’umorismo era una delle qualità che più apprezzava del regista italiano, insieme “tendenza alla visionarietà” e al fatto che “non aveva paura di fare qualcosa di nuovo”.

Leone? Uno dei più grandi

“Ho imparato – ha dichiarato tempo fa - a non urlare sul set dei film western. Se alzi la voce spaventi i cavalli. Certi registi, invece, gridano “azione” così forte che, al momento di girare, sul set non c’è più nessuno: i cavalli sono scappati via. Con in sella i cavalieri, ovviamente. Suggerisco ai registi di limitarsi a sussurrare “andiamo”, ma molti di loro adorano urlare “azioneee!”: li fa sentire importanti. Non Sergio Leone, però. Lui non ha mai avuto bisogno di certi trucchetti. Ho lavorato con molti grandi registi, ma Sergio Leone resta uno dei più grandi”.

Dal sigaro all’auto

Nel 2008 Eastwood firma la regia di uno dei suoi film più intensi. Protagonista, però, non è più un sigaro ma un’auto: una Ford Gran Torino sport del 1972. Eastwood riserva per se stesso anche il ruolo principale, che interpreta magistralmente. Anche senza cappello. È Walt Kowalsky, un polacco, veterano della guerra di Corea, per mezzo secolo operaio alla Ford, rimasto vedovo, con figli mediocri che non lo amano e non lo capiscono; un uomo di un’altra epoca, che non riesce a farsi una ragione del fatto che il suo mondo stia scomparendo e, soprattutto, si rifiuta di accettare quello che sta prendendo il suo posto.

L’unica gioia

“L’unico, vero piacere della vita di Walt – spiega Eastwood - è quello di far risplendere la sua Gran Torino del 1972, l’auto che conserva, amorevolmente e gelosamente, protetta da un telo di seta nel garage. Quella Gran Torino è il suo orgoglio e la sua gioia. Walt è la sua Gran Torino. Non ci va in giro: la lascia lì, in garage. Di tanto in tanto, la tira fuori e la fa risplendere. A quel punto si siede, apre una lattina di birra e la guarda. Tanto gli basta a dare senso alla sua vita”.

Gli eventi, però, costringeranno Kowalsky a relazionarsi con la comunità asiatica che ha praticamente invaso la periferia operaia nella quale lui ha vissuto tutta la vita e a riscoprire – sotto un’anima indurita da dolore, cinismo e istinti razzisti – la capacità di comprendere e aprirsi agli altri, fino, addirittura, ad un drammatico e catartico sacrificio finale. “Una storia – ha commentato Eastwood - che dimostra che non si è mai troppo vecchi per imparare ad abbracciare gente che nemmeno conosciamo. Pare che nessun altro, però, abbia colto questo messaggio”.

Ford Gran Torino 1972

Ma qual è questa perla tanto preziosa, che il veterano ex-operaio Ford nasconde nel suo garage? Una coupé “fastback” – cofano lungo, coda corta - verde oliva: una delle 92mila Sport sulle quasi 500mila GT prodotte quell’anno. Due porte, più di 5 metri di lunghezza (5.265 millimetri) e più di 2 di larghezza (2.014): una “muscle” che, senza guidatore, pesava 1.662 chilogrammi. La linea piuttosto aggressiva (ruote “magnum 500”, prese d’aria sul cofano, grande calandra a ‘bocca di pesce’, strisca verde-acido che corre lungo entrambe le fiancate) – la GT era equipaggiata con un V-8 di 4.942cm3 da 140 cavalli - trazione posteriore, cambio manuale a 3 marce - in grado di raggiungere 174 chilometri orari di velocità massima e di passare da 0 a 100 in 11.7 secondi.

Dal fienile al set

Sembra che l’auto utilizzata nel film sia appartenuta a tale Jim Craig, il quale, dopo averla rinvenuta in un fienile, aveva deciso di farla restaurare completamente – la meccanica era ancora buona - e riportarla all’originario splendore. Pare però che, fino all’uscita del film, Mr. Craig - che, nel frattempo, aveva venduto la GT a una concessionaria - ignorasse che l’iconica muscle protagonista della pellicola di Eastwood fosse proprio la sua. Secondo alcuni cinefili pignoli, particolarmente appassionati d’auto, la sceneggiatura conterrebbe una piccola imprecisione storica. Il protagonista del film, infatti, dichiara con orgoglio di aver montato lui stesso il piantone dello sterzo della sua Gran Torino, mentre pare che le auto di quella serie non siano state assemblate negli impianti di produzione di Detroit alle cui catene di montaggio Kowalsky aveva lavorato per ben cinquant’anni.

Non solo Eastwood

Molto prima che Eastwood la immortalasse nel suo film, la Gran Torino – il cui nome è un omaggio di una delle “Big Three” alla capitale italiana dell’auto – era già famosa. Una versione ‘75, rossa a strisce bianche, infatti, era stata l’auto di servizio (nome in codice “Zebra 3”) di Paul Michael Glaser e David Soul, interpreti dei due scapestrati poliziotti protagonisti della fortunata serie “Starsky e Hutch”, andata in onda in ben 93 episodi tra l’aprile 1975 e il maggio 1979. Non solo: una Gran Torino 1973 è l’auto di Jeff Bridges, protagonista de “Il grande Lebowski” – pellicola cult del 1998 – mentre un’altra GT ‘72 appare in “Fast & FuriosSolo parti originali” del 2009.

Il testamento di Walt

"Ora veniamo all'ultimo punto, e di nuovo mi scuso per il linguaggio del testamento di Mr. Kowalski, io mi limito a leggerlo così come è scritto. "E vorrei lasciare la mia auto del ’72, Gran Torino, a... alla persona che più la merita: Thao Vang Lor. A condizione che tu non scoperchi il tetto come uno stronzo messicano; che non ci dipingi quelle ridicole fiamme come un qualsiasi coatto bianco e che non ci metti sul retro uno di quegli spoiler da checca che si vedono su tutte le macchine degli altri musi gialli: fa veramente schifo. Se riesci a non fare tutte queste cose è tua."

Non è facile, è vero. Ma una cosa è certa: ne vale la pena.

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