Ultimo aggiornamento  20 agosto 2019 11:26

John Wayne: la Grand Safari del Duca.

Giuseppe Cesaro ·

“Oscar ed io abbiamo qualcosa in comune: Oscar è arrivato per la prima volta sulla scena di Hollywood nel 1928. Anch'io. Siamo entrambi un po’ segnati dalle intemperie, ma siamo qui e abbiamo intenzione di rimanere in giro ancora molto a lungo”.

Los Angeles, lunedì 9 aprile 1979. Nel Dorothy Chandler Pavilion si celebra la cinquantunesima “notte degli Oscar”. La grande sala – 3.156 posti, distribuiti su quattro livelli – non smette di risuonare dell’eco di un applauso che sembra non voler finire. Tutto il mondo del cinema è in piedi. L’uomo che guadagna il centro del palco, scendendo la scalinata d’onore con passo svelto e sicuro, è alto, decisamente più magro di quanto l’America e il mondo non si siano ormai abituati a vederlo, ha lo sguardo segnato dal dolore, il sorriso tirato, la voce rotta e trattiene a stento la commozione. “Grazie. Grazie. Grazie, signore e signori”, dice, invitando tutti a sedere, con un amichevole gesto delle mani. “Un applauso come questo è davvero l’unica medicina di cui una persona abbia veramente bisogno”.

“Il grande C”

L’uomo ha quasi 72 anni (è nato a Winterset – Iowa, Usa – il 26 maggio 1907: 111 anni fa oggi) e ha girato 215 film in 50 anni di una carriera senza eguali. È un’autentica leggenda del cinema: risponde al nome di Marion Michael Morrison, anche se tutti lo conoscono come John Wayne e lo chiamano “Duca”. Da quindici anni combatte contro il cancro - “Il grande C”, come lo chiama lui. Quella sarà la sua ultima apparizione in pubblico. Ha sconfitto quello ai polmoni, che lo ha colpito nel ’64, liberandosi di un polmone e quattro costole (“Quando me l’hanno diagnosticato – ha dichiarato – mi sono seduto, cercando di essere John Wayne”), ma non riuscirà ad avere la meglio su quello allo stomaco. Morirà due mesi dopo la cinquantunesima notte degli Oscar, esprimendo il desiderio che la sua famiglia e i suoi innumerevoli fan ed estimatori utilizzino il suo nome e la sua immagine per sostenere la ricerca contro il cancro. Così sarà. Nel 1985, per onorare la memoria di questo gigante dello schermo e del fisico (1 metro e 93 centimetri per un uomo di più di un secolo fa è una misura davvero imponente), la sua famiglia darà vita alla John Wayne Cancer Foundation (JWCF), per dare coraggio, forza e grinta – parole che l’attore amava e incarnava – a quanti lottano contro “Il grande C”.

La “Maledizione del Conquistatore”

Secondo alcune fonti, il tumore ai polmoni potrebbe essere stato il drammatico lascito delle riprese del film “Il Conquistatore” (1955), nel quale Wayne interpretava la parte di Genghis Khan. Il film, in effetti, era stato girato in una località dello Utah molto vicina (e sottovento) rispetto a un’area che, un paio d’anni prima, era stata teatro di esperimenti nucleari. Difficile, ovviamente, stabilire una relazione diretta tra tali esperimenti e il tumore di Wayne, ma è un fatto che, dei 220 componenti della troupe, ben 91 abbiano contratto una qualche forma di tumore e addirittura 46 ne siano morti. Tra questi - oltre allo stesso Duca - tutti i protagonisti principali della pellicola: Dick Powell, Susan Hayward, Agnes Moorehead, Pedro Armendáriz e John Hoyt. Coincidenze? Forse. Non, però, secondo alcuni esperti, per i quali, in presenza di percentuali così elevate, il legame tra malattia ed esposizione alle radiazioni avrebbe potuto essere sostenuto in tribunale.

Non mi fido di chi non beve

Wayne, però, la pensa diversamente. Per lui non esiste alcuna “Maledizione del Conquistatore”. Il cancro ai polmoni è la conseguenza delle sigarette che fuma: sei pacchetti al giorno! Quanto a quello allo stomaco, invece, è probabile abbia avuto il suo peso la dieta tutt’altro che salutista che segue: quantità esagerate di cibo (carne rossa, soprattutto), accompagnate da fiumi di alcol. “Adorava bere”, ha dichiarato Michael, uno dei suoi sette figli. “Una volta l’ho visto vuotare un’intera bottiglia di tequila prima di mangiare e un’intera bottiglia di brandy dopo mangiato”. “Non mi fido – replicava lui – di un uomo che non beve”.

Da Morrison a Wayne

Nato da famiglia umile e religiosa (“Un uomo deve avere un codice e un credo per il quale vivere”, ripeteva spesso), il Duca (il soprannome gli era stato affibbiato da alcuni vigili del fuoco che avevano deciso di dare al ragazzino lo stesso nome del suo amico più fedele: il suo amato Airedale Terrier) era un avido lettore fin dall’infanzia (aveva un debole per Tolkien, citava Shakespeare e Dickens e leggeva quattro quotidiani al giorno) e diventerà un appassionato giocatore di bridge e scacchi (arte nella quale barava, muovendo due pezzi alla volta, protetto alla vista altrui delle sue mani extra-large). Prima del successo e per sopravvivere alla Grande Depressione, farà ogni genere di lavoro: camionista, raccoglitore di frutta, trasportatore di ghiaccio. Alla fine degli anni Venti, diventerà una sorta di tuttofare negli studi della Fox Film Corporation, all’interno di una squadra addetta a spostare mobili, materiali e attrezzature. Sarà lì che John Ford – uno dei più grandi registi di Hollywood - noterà il giovane Morrison, proponendolo per alcune piccole parti. La cosa funzionerà, i dirigenti degli Studios gli cambieranno il nome et voilà la leggenda di John Wayne è, finalmente, pronta a decollare.

Eroe inquieto

Lontano dalle luci dei riflettori, però, il Duca rimarrà sempre un uomo profondamente diverso dall’immagine che ne davano i film. "Il tipo che vedete sullo schermo – diceva - non sono davvero io. Io sono Duke Morrison e non sono mai stato e non sarò mai un personaggio cinematografico come John Wayne. Lo conosco bene: sono uno dei suoi allievi più vicini. Devo esserlo: mi dà da vivere.”

Parliamo di un uomo inquieto, malinconico, tormentato da fallimenti economici (affari sbagliati lo costringeranno a lavorare fino alla fine, perché non si sentirà mai finanziariamente sicuro) e affettivi: tre matrimoni falliti, costellati da continui tradimenti (durerà vent’anni la sua storia go-no-go con Marlene Dietrich) e cattivi rapporti personali con i figli. Un uomo pieno di sensi di colpa per aver evitato il servizio militare durante la Seconda Guerra Mondiale (forse per problemi di salute, forse a causa dei quattro figli) mentre stelle come Henry Fonda e l’amico Ronald Reagan si erano arruolate, anche se è probabile che Wayne abbia fatto di più per lo sforzo bellico Usa con film che hanno affascinato generazioni di soldati. Un uomo costretto a nascondere la sua sensibilità e le sue inclinazioni artistiche, perennemente accompagnato dal senso di inadeguatezza e dal bisogno di conquistare quel rispetto che credeva di meritare. Persino sua madre - fredda e ipercritica - rimarrà sempre insensibile al successo del figlio, ricambiando la sua continua generosità con indifferenza, se non addirittura disprezzo.

Da socialista a maccartista

Entrato all’università grazie a una borsa di studio sportiva, Wayne aveva inizialmente maturato convinzioni socialiste. Poi – dopo aver studiato gli esiti, a suo avviso nefasti, della Rivoluzione d’Ottobre – si era spostato su posizioni sempre più conservatrici e anti-comuniste. Nel 1944 fonderà addirittura la “Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals” (“Alleanza cinematografica per la conservazione degli ideali americani”), che verrà accusata di aver fornito i nomi di sospetti comunisti dell'industria cinematografica alla famigerata “Commissione per la repressione delle attività anti americane” presieduta dal senatore McCarthy. Un paio di anni fa, alcune prese di posizione su neri ("Credo nella supremazia bianca finché i neri non saranno educati alla responsabilità. Non credo sia il caso di dare autorità e posizioni di leadership a persone irresponsabili.”) e nativi americani (“Quando [noi bianchi] siamo arrivati in America, c’erano poche migliaia di Indiani su milioni di miglia [di territorio], e non credo che abbiamo fatto male a togliere questo grande paese a quella gente. C’era davvero un sacco di gente che aveva bisogno di nuova terra, e gli Indiani si comportavano da egoisti a volerla tenere tutta per loro.”) gli costeranno il no del Parlamento della California all’idea di trasformare il 26 maggio (giorno del suo compleanno) nel "John Wayne Day": un’intera giornata dedicata alla celebrazione di una delle più grandi leggende del cinema americano.

Stalin lo voleva morto

Il suo patriottismo sciovinista diverrà la rovina del Duca. Rovina economica (a partire dal costosissimo flop di “La battaglia di Alamo”, 1960) e di immagine: il suo “Berretti Verdi” (1968), infatti, gli alienerà le simpatie dell’opinione pubblica americana, ormai contraria alla guerra nel Vietnam. Quello che non tutti sanno, però, è che le sue idee anticomuniste gli sono quasi costate la vita. Pare, infatti, che Joseph Stalin – che seguiva il cinema con particolare attenzione – indignato per le posizioni anticomuniste di Wayne, avesse addirittura incaricato il Kgb di eliminarlo. Per fortuna del Duca e dei suoi fan, l’Fbi avrebbe intercettato e neutralizzato il complotto. Sembra, inoltre, che nel 1958, quando Wayne incontrò Nikita Krusciov – il successore di Stalin – questi si sia addirittura scusato con lui per “l’incidente”: “È stata una decisione di Stalin nei suoi ultimi anni di follia – avrebbe detto Krusciov - ho annullato l'ordine”.

Pontiac Grand Safari 1975

Ma che tipo di auto amava un uomo così? In fatto di quattro ruote, il Duca era “Un uomo tranquillo”, come recita il titolo di uno dei suoi film più belli (1952). Né lusso né super car: per lui contavano soprattutto solidità, affidabilità e spazio. Tutti a stelle e strisce, ovviamente. Solidità, affidabilità e spazio per lui, la famiglia, gli amici e, naturalmente, il suo cappello da cowboy, che non voleva essere costretto a togliersi per entrare in macchina.

Per questa ragione, Wayne fece rialzare il tetto della sua Pontiac Grand Safari 1975, la terza (e ultima) station wagon personalizzata per lui dal grande George Barris – il “re dei customizzatori” (a chi altri avrebbe potuto rivolgersi un Duca?) - e una delle ultime auto che ha guidato. La prima (1970), aveva vernice bicolore, ruote dorate, tetto in vinile e persino un parafango da cowboy al galoppo; la seconda (1972) era, invece, più sobria e si discostava dall’originale solo per il tetto rialzato e il rivestimento in vinile. Pare, infatti, che, nell’ultima parte della sua vita, il Duca avesse cominciato ad apprezzare una certa discrezione.

Livrea bronzo scuro e interni in pelle rossa, la Grand Safari era stata disegnata da uno dei più famosi designer americani del Novecento: Bill Mitchell. È lui - solo per ricordare un nome - il padre della Corvette Sting Ray. Parliamo dell’auto più grande e pesante di casa Pontiac: lunga quasi 6 metri (5.791 o 5.875mm), larga più di 2, alta quasi un metro e mezzo, poteva pesare tra i 2.300 e i 2.400 chili.

Le personalizzazioni per Wayne l’avevano appesantita di quasi 100 chili. Questa station vantava un portellone posteriore automatizzato a scomparsa davvero rivoluzionario (la parte superiore spariva sotto il tetto, quella inferiore sotto il pavimento), che consentiva di effettuare le operazioni di carico e scarico senza impegnare ulteriore spazio. Motore anteriore e trazione posteriore, era equipaggiata con un V8 (6,6 o 7,5 litri a seconda del modello) governato da un cambio automatico a tre rapporti. Tra le dotazioni di serie: cruise control, aria condizionata, volante inclinabile, sedile guidatore motorizzato, pedali di freno e acceleratore regolabili, alzacristalli elettrici, radio AM/FM con tanto di registratore a 8 tracce. Chissà se, quando qualche FM passava “The Star-Spangled Banner” – l’inno americano – il Duca si toglieva il cappello. Lo spazio non gli mancava.

Il segreto del successo

Qual è il segreto del successo? – ripeteva John Wayne - Le giuste decisioni. E come si fa a prendere le decisioni giuste? Con l’esperienza. Ma come si fa esperienza? Con le decisioni sbagliate”. Che dire – caro Duca – considerata la portata del tuo successo, devi averne prese di decisioni sbagliate. Tranquillo: viste da qui, sembra proprio che ne sia valsa la pena.

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