Ultimo aggiornamento  25 aprile 2019 23:56

Citroën Mehari: la rivoluzionaria.

Massimo Tiberi ·

Venti rivoluzionari scuotono la Francia nel maggio del 1968. Venti che dalle università si estendono alla società e all’industria e soprattutto quella dell’auto. Il duro confronto tra sindacati e imprese mette in discussione i rapporti aziendali e in difficoltà le attività produttive, ma non impedisce comunque il lancio di nuovi modelli. Se, infatti, Peugeot porta al debutto la 504, di fascia medio-alta, la Citroën attira l’attenzione con una vettura decisamente fuori dagli schemi, la Mehari. Il marchio del Double Chevron, del resto, non ha mai tradito il credo anticonformista e una buona dose di “fantasia al potere”, evocata dai cortei studenteschi, certo non è mancata nelle sue scelte strategiche.

Voglia di libertà

L’idea di un mezzo dedicato in particolare al tempo libero, ispirato un po’ alle “spiaggine” derivate dalle utilitarie italiane o alla Mini Moke dai toni Jeep della piccola britannica, non nasce però in casa Citroën. L’iniziativa è di un nobile imprenditore, Roland Paulze d’Ivoy de la Poype, che nel 1967 utilizzando il telaio e la meccanica di un furgone 2CV crea un prototipo con carrozzeria in ABS (sigla dei quasi impronunciabili Acrilonitrite Butadiene Stirene), materiale plastico che la Société d’Exploitation et Application des Brevets del conte è in grado di trattare.

Proposto e accolto da Pierre Bercot, a capo della Citroën, il progetto prende così rapidamente corpo con il coinvolgimento di Jean Darpin per la tecnica e di Jean Louis Barrault per il design.

Semplice e leggera

La nuova Mehari è una leggerissima (meno di 600 chilogrammi) multiuso “en plein air” (anche il parabrezza è ribaltabile e le due portine possono essere sostituite da catenelle) dalla semplicità estrema. Dieci pannelli in ABS verniciati in pasta e ondulati per maggiore rigidità costituiscono la scocca, tutto nel versatile abitacolo, che può ospitare quattro persone e un buon carico, è essenziale, mentre la protezione dalle intemperie è affidata a una copertura non semplice da montare e non sempre adeguata. D’altra parte, la simpatia che l’auto ispira è travolgente e l’economico bicilindrico raffreddato ad aria da 602 centimetri cubici da 26 cavalli è sufficiente a farle superare (di poco) i 100 orari, il cambio (con il tipico comando a manico d’ombrello) ha rapporti “corti” per un discreto spunto e la trazione anteriore, abbinata alle gomme  M+S, consente un minimo off-road. La carrozzeria in plastica, inoltre, è inattaccabile dalla ruggine e permette di assorbire i piccoli urti.

Prezzo popolare

L’allegra presentazione alla stampa in un campo da golf di Deauville in Normandia, proprio nel maggio di cinquant’anni fa, organizzata dall’estroso direttore delle relazioni esterne del Double Chevron Jacques Wolgensinger, sconta il maltempo, il rischio polmonite per le modelle ingaggiate e la contemporaneità con gli scioperi in fabbrica, ma la Mehari decolla e, dopo il lancio ufficiale al Salone di Parigi, il successo non le mancherà davvero facendone una delle icone più amate del marchio.

L’evoluzione, con poche modifiche di allestimento e potenza portata a 29 cavalli, accompagnerà il modello fino al 1987 e 145.000 unità prodotte, delle quali circa 1.200 in variante 4x4 dal 1979 al 1983, con trazione posteriore inseribile e addirittura le marce ridotte. L’erede dichiarata di oggi è la e-Mehari, una elettrica “pura” che ne ripropone, in chiave attuale, gli accenti stravaganti, ma il prezzo, vicino ai 30.000 euro, è ben lontano dalle 895.000 lire che bastavano per entrare in possesso dell’antenata in Italia.  

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