Ultimo aggiornamento  22 settembre 2019 16:21

Jack Nicholson: il primo a idrogeno.

Giuseppe Cesaro ·

1978. Una troupe della CBS (Columbia Broadcasting System, una delle più grandi reti radiotelevisive nordamericane) filma un signore in occhiali da sole che, al volante della sua auto, fa avanti e indietro nel piazzale antistante una sorta di capannone industriale. Cosa c’è di strano? Nulla, apparentemente. L’auto sembra una normale Chevrolet, come se ne vedono a migliaia sulle strade d’America. Sembra. In realtà è unica. Nel motore, infatti, non c’è benzina: quella Chevy va a idrogeno. Idrogeno prodotto grazie all’energia di pannelli solari.

Una prima assoluta, ma l’uomo con gli occhiali da sole è abituato alle ‘prime’. Scende dall’auto, sorride a telecamere e cronisti - in un’inconfondibile miscela di ironia, sarcasmo, seduzione e follia - e dice: “È come una normalissima Chevy. L’ho guidata anche in retromarcia, perché l'ultima volta che l'industria automobilistica ha cercato di distruggere un industriale indipendente, ha detto che una “Tucker” non sarebbe riuscita mai ad andare in retromarcia, ve lo ricordate?”

Un bagno di vapore

“Se non altro – aggiunge - questo rivoluzionerà il suicidio assistito da automobile: al posto dell’avvelenamento da monossido di carbonio, avremo un semplice bagno di vapore ...”. Poi l’uomo si abbassa, avvicina naso e bocca alla marmitta, e respira a fondo. Quindi si rialza: “È solo acqua…”, commenta, togliendosi per un attimo gli occhiali per pulirli dal vapore. “La novità alla cui nascita state assistendo, potrebbe ridurre l’inquinamento del Pianeta del 58%. Direi che un cambiamento nell’economia del petrolio potrebbe cambiare anche certe politiche mondiali. Ci sono un sacco di ottime cose – conclude, alzando gli occhi al cielo - che potrebbero derivare dall’utilizzo dell’energia solare”.

Chi è l’uomo? E perché non si toglie quasi mai gli occhiali da sole? Lasciamo che sia lui stesso a rispondere: “Con i miei occhiali da sole, sono Jack Nicholson. Senza di loro, sono solo un uomo grasso di settant’anni”.

Mai contenta

Quarant’anni fa esatti, dunque, uno dei più grandi protagonisti della storia del cinema americano, promuoveva già la nascita dell’auto a idrogeno. Cosa sia successo in tutti questi anni e come mai l’industria dell’auto abbia scelto di percorrere altre strade, lo lasciamo ad analisti ed esperti. Resta il fatto, però, che – almeno tecnicamente – il motore a idrogeno era già realtà alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Del resto, quella stessa auto elettrica che oggi celebriamo come auto del futuro, è nata tra 1828 e 1841 ed è stata perfezionata tra 1865 e 1881. Una tecnologia che si era affermata sul mercato ancora prima del motore a combustione interna, facendo della “Jamais Contente” di Camille Jenatzy la prima auto (anche se la sua forma ricordava più quella di un siluro con le ruote) a infrangere il muro dei 100 chilometri all’ora. Era il 1899.

‘Oca giuliva’

Già, ma chi o cos’è una “Tucker”? Entrambe le cose. Nicholson si riferiva, infatti, alla triste parabola del sogno visionario di Preston Thomas Tucker (1903–1956), ingegnere, inventore e imprenditore statunitense dalle idee fin troppo innovative persino per l’intraprendente America del secondo dopoguerra. Il 19 giugno 1947 - giorno della presentazione ufficiale della sua avveniristica “Tucker Torpedo” - davanti a più di 3mila persone, una serie di problemi tecnici (tra le altre cose, non si riusciva a ingranare la retromarcia) trasformarono il sogno di Tucker in un vero e proprio incubo. Come scrisse Drew Pearson - uno dei più importanti editorialisti dell’epoca - la Torpedo non era altro che una truffa, dal momento che non riusciva nemmeno ad andare a marcia indietro e, dunque, sulla strada, si sarebbe comportata come un’‘oca giuliva’. Pearson faceva ironicamente riferimento al fatto che George Lawson - ex progettista della GM – aveva ribattezzato la Torpedo apparsa nelle prime pubblicità “Tin Goose”: “Oca di latta”. I problemi tecnici riguardavano, ovviamente, quell’unico prototipo, ma molta stampa derise il sogno di Tucker e il danno di reputazione per il marchio fu irreparabile.

Sogno-incubo

A nulla sarebbe valso - meno di un anno dopo (agosto 1948) - il verdetto di segno radicalmente opposto di Tom McCahill - uno dei più autorevoli giornalisti dell’auto americani – il quale definì la Torpedo l'auto americana più straordinaria che avesse mai visto. In effetti si trattava di una super-berlina a 4 porte - lunga più di 5,5 metri (5.563mm) e larga più di 2, per 1.921 kg di peso in ordine di marcia (senza guidatore) - che sembrava uscita dalla mente di un fumettista futurista: trazione posteriore, 4 marce, boxer 6 cilindri da 5.473 cm3, 166 cavalli, velocità massima 193 km/h, in grado di passare da 0 a 100 in 10,5 secondi. Sogno di nome e di fatto. Il verdetto, però, era ormai stato pronunciato: condanna. Tucker – il cui progetto fin troppo rivoluzionario gli era valso l’inimicizia delle “Big Three” – aveva fatto il passo finanziario più lungo della gamba: non riuscirà ad ottenere i finanziamenti necessari a risollevarsi e fallirà, dopo essere riuscito a produrre solo cinquanta Torpedo.

Quello che Jack Nicholson, però, non poteva sapere è che - dieci anni dopo il servizio della CBS sulla prima Chevy a idrogeno - la storia di Preston Tucker sarebbe diventata un film – “Tucker - Un uomo e il suo sogno” - firmato da Francis Ford Coppola, nel quale Jeff Bridges avrebbe interpretato il visionario, sfortunato e forse un po’ troppo incauto e velleitario imprenditore del Michigan.

Incubo-sogno

La parabola di John Joseph “Jack” Nicholson (Neptune City, New Jersey, 22 aprile 1937: 81 anni domani), invece, si può dire opposta a quella di Tucker.

Il padre – che non conoscerà mai (pare si tratti di un musicista alcolista e bigamo di origini italiane, tale Donald Furcillo) – abbandona la madre – una studentessa diciassettenne, di origini irlandesi - subito dopo averla messa incinta. JJJ cresce in una famiglia di sole donne (“date le circostanze – dichiarerà - è già tanto che io non sia diventato un finocchio”): la sorella maggiore, June, e la madre, Ethel. Nel ‘74 – quando Jack ha, ormai, 37 anni ed è una star di prima grandezza con alle spalle pellicole come “Easy Rider (1969), “Cinque pezzi facili (1970), “Conoscenza Carnale (1971), “L'ultima corvé” (1973) e “Chinatown” (1974) – il colpo di scena: grazie al lavoro di un giornalista di Time che sta facendo ricerche su di lui, scopre che quella che ha sempre creduto sua sorella è, in realtà, sua madre, mentre quella che ha sempre chiamato ‘mamma’ non è altri che sua nonna. Come se non bastasse, June, ormai, è morta da più di dieci anni.

“È vero – ha dichiarato qualche tempo fa: non ho saputo che mia sorella era in realtà mia madre fino a quando non ho compiuto 37 anni. Ma la vita mi aveva già insegnato che ci sono un sacco di cose che non so. Se comincio a dare troppo peso alle cose che non conosco, tutto questo mi si ritorce contro. ‘Metti l’accento sulle cose positive’, questo è quello che dico. È un trucco, è vero, ma funziona”.

Dannati pancake

Non sorprende, dunque, che Nicholson – che si definisce spesso “un rozzo del New Jersey” - abbia avuto fin da ragazzino un carattere piuttosto turbolento. “Sono sempre stato contrario all'autorità”, ha confessato a The Independent nel 1993. “Non ho mai sopportato che genitori, insegnanti o chiunque altro mi dicessero cosa fare. A scuola, poi, ho stabilito un vero record: per un intero anno, sono stato messo in punizione ogni giorno”.

Da ragazzo, per mantenersi tra un’audizione e l’altra, fa i lavori più disparati: bagnino sul Jersey Shore, custode in un ippodromo, porta messaggi agli studi di animazione della MGM, cuoco di piatti pronti. Un lavoro, quest’ultimo, che frana di fronte alle rimostranze di una cliente per dei pancake un po’ troppo ‘alti’. “Che diavolo è questa roba?”, si lamenta la donna. “Ho perso il controllo – ha raccontato Nicholson al The Sun – ho dato un cazzotto ai pancake e ho urlato: ‘Se li prepari da sola i suoi dannati pancake!”.

Il più nominato

Il primo lavoro a Hollywood è quello di assistente per William Hanna e Joseph Barbera, ideatori e disegnatori di un numero stratosferico di vere e proprie super-star dei cartoni. Hanna e Barbera intravedono in Nicholson un certo talento, tanto da offrirgli un ruolo nel loro team di animazione. Il rozzo giovanotto del New Jersey, però, rifiuta per continuare a seguire i corsi di recitazione. Non sbaglia. Lo dimostrano 62 film in 52 anni di carriera, con capolavori quali (oltre a quelli già ricordati, ovviamente): “Professione Reporter” (Michelangelo Antonioni, 1975), “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (Miloš Forman, 1975, che gli vale l’Oscar come migliore attore protagonista), “Shining” (Stanley Kubrick, 1980) “Reds” (Warren Beatty, 1981) “Voglia di tenerezza” (1983, Oscar come migliore attore non protagonista), “L'onore dei Prizzi” (John Huston, 1985), “Le streghe di Eastwick” (1987), “Batman” (Tim Burton, 1989: indimenticabile la sua interpretazione di Jocker), “Qualcosa è cambiato” (1997: Oscar come migliore attore protagonista), “La promessa” (2001), “A proposito di Schmidt” (2002) e “The Departed” (Martin Scorsese, 2006).

Con ben 12 nomination, Nicholson è l’attore (uomo) più ‘nominato’ di sempre. Dietro di lui giganti quali Laurence Olivier (10), Spencer Tracy e Paul Newman (9), Marlon Brando (8). Tanto per dare l’idea, Al Pacino è fermo a quota 8, Robert De Niro, 7. Meglio di lui, solo due donne: Katharine Hepburn (12 nomination e 4 Oscar) e Meryl Streep, inarrivabile: 21 nomination e 3 Oscar. Per ora.

Collezionista di bellezza

Come molte grandi star hollywoodiane, anche JJJ è un collezionista. Non di auto però. Evidentemente non lo appassionano più di tanto. O forse, non ha tempo di dedicarsi a loro. Cosa colleziona? Arte e donne. Secondo uno dei suoi biografi, il valore della sua collezione – che vanta opere di Picasso, Matisse, Modigliani, Magritte, Botero e Rodin – supera i 100 milioni di dollari. “Adoro l’arte – ha spiegato Nicholson. Ne traggo puro piacere. Ho molti dipinti meravigliosi e ogni volta che li guardo scopro qualcosa di diverso”. Per quanto riguarda le donne, invece, fanno più che testo i soprannomi che gli sono stati affibbiati dalla stampa: ‘Jack the Jumper’ (‘jump’ è l’equivalente di ‘botta’, in senso sessuale ovviamente) e ‘The Great Seducer’ (‘Il grande seduttore’). Pare che abbia avuto più ‘flirt’ che qualunque altra star. L’unico che sembra essere riuscito a tenere il suo passo è Warren Beatty. “Il mio motto – ripete – è ‘More good times’”, come dire: “Ancora tempi felici”. Coerente, non c’è dubbio.

Icone a due e quattro ruote

Ovvio che, in una carriera come la sua, non possono mancare icone a due o quattro ruote. Tra tutte, impossibile dimenticare la Harley-DavidsonCaptain America” del ‘51, di “Easy Rider”, probabilmente il “chopper” più famoso della storia del cinema, il Maggiolone giallo del 1973, a bordo del quale, insieme a moglie e figlio, raggiunge l’Overlook Hotel nella scena iniziale di “Shining”; la bellissima Cadillac Fleetwood 75 del 1937, del fascinoso detective di “Chinatown”, la polverosa Land-Rover Serie III di “Professione: reporter” o la presidenziale Mercedes-Benz 600 del ’72 di “Le streghe di Eastwick”.

Mazzate alla Mercedes

Alla casa della stella è legato un altro degli episodi di intemperanza dell’irruento ragazzo del New Jersey. Nel febbraio del 1994, mentre guida verso il campo da golf, qualcuno gli taglia la strada. Probabilmente affaticato dal super-lavoro e scosso dalla morte recente di un caro amico, Nicholson scende dalla macchina, tira fuori dalla sacca una ferro-due di grafite e fracassa il parabrezza e il tetto della Mercedes dell’incauto automobilista. Uno sfogo piuttosto costoso, non solo per l’assegno (500mila dollari) che pare sia stato costretto a staccare per chiudere, in modo extragiudiziale, la vicenda, ma anche per l’esorbitante prezzo delle speciali mazze giapponesi usate dall’attore, un set delle quali costa la bellezza di 75mila dollari. Che dire: a quanto pare il suo maestro non esagera nel sostenere che JJJ ha davvero un grande ‘swing’. 

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