Ultimo aggiornamento  21 maggio 2019 08:32

Lamborghini Urus, stazione 24.

Monica Secondino ·

“SinceWeMadeItPossible”: è questo il motto che accoglie i visitatori nei nuovi 80.000 metri quadrati della fabbrica dedicata al super suv Urus di Lamborghini. Un impianto 4.0 che si chiama Manifattura Lamborghini: l'ossimoro esprime il fatto che molto del processo produttivo è automatizzato, informatizzato e digitalizzato, ma l’assemblaggio delle auto viene fatto tutto interamente a mano.

Identità conservata

A Sant’Agata Bolognese ci tengono a mantenere l’identità del brand, che mette l’uomo al centro e fa dell’artigianalità un cavallo di battaglia. Se già per sviluppare il progetto Urus è stata utilizzata la realtà virtuale, quando si entra nel nuovo stabilimento si viene quasi abbagliati dal bianco del padiglione, con intelaiature sospese a formare uno scheletro: sembra l’ambientazione di un videogioco. Poche cose sono ancorate a terra, la maggior parte pende dalla volta altissima del soffitto e, qualora ci dovessero essere cambiamenti nelle fasi produttive, le si potrebbero fare molto velocemente. Ipoteticamente è possibile perfino spostare lo stabilimento altrove.

24 stazioni

Lungo le 24 stazioni di quella che una volta si sarebbe chiamata catena di montaggio, si muovono autonomamente i carrellini AGV (Automated Guided Vehicle) tramite GPS, WiFi e sensori sul pavimento che li aiutano ad orientarsi.

Si parte dalla stazione 0, dove arriva la scocca di Urus, che poi inizia ad essere “vestita” dagli uomini lungo il percorso. Non gira neanche un foglio di carta, tutto è basato sul MES: Manufacturing Execution System, un software che registra e controlla tutto quello che accade, da come si spostano i carrelli a quali operazioni sono state effettuate: tutto in cloud e completamente paperless. In ogni isola c’è un computer e le persone addette alla produzione hanno un braccialetto al polso col quale fanno login per scambiare informazioni direttamente col cervellone. E’ una fabbrica 4.0 ma non ci sono “automi” in gabbia: si vedono principalmente uomini indaffarati e concentrati, affiancati solo da tre robot. Il primo è quello che si occupa di stendere la colla sui vetri della Urus, ma poi sono gli addetti che li appoggiano all’auto. C’è poi quello che avvita tutto il powertrain alla macchina e infine l’ultimo che prende le ruote da un carrello e le porta ad altezza operatore. I robot non sostituiscono mai l’uomo ma vengono utilizzati solo dove serve precisione e serialità.

20 auto al giorno

Ogni giorno vengono costruiti 5 suv. Questo almeno finché la produzione non arriverà a regime, quando dovrebbe toccare almeno i 20 pezzi giornalieri. La verniciatura per ora viene esternalizzata, se ne occupa la Carrozzeria Imperiale che da sempre dà il colore alle auto di Sant’Agata. Questo fin quando non sarà pronto il reparto di verniciatura interno, che è in corso di realizzazione.

Dopo la stazione 24 sulla Urus iniziano le attività di controllo. Si parte da quello estetico per passare poi a quello delle centraline, visto che ne ha circa 130. Viene quindi controllato tutto il sottoscocca dell’auto, prima di inserirla in una specie di box di vetro dove viene effettuato il test del motore acceso: su barre in movimento si fa girare l’auto fino a 140 chilometri orari, prima di portarla all’aria aperta per le prove su strada e quindi consegnarla al fortunato proprietario.

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