Ultimo aggiornamento  25 settembre 2020 00:25

Christopher Walken: guidare mi rende nervoso.

Giuseppe Cesaro ·

“Posso confessarti una cosa, Alvy? Te lo dico perché penso che, come artista, tu mi puoi capire. A volte, di notte, sulla strada, quando guido, vedo due fari che vengono verso di me. Veloci. Allora mi prende questo impulso improvviso di girare il volante e puntare l’auto che mi viene incontro. M’immagino l’esplosione, il frastuono dei vetri che vanno in frantumi, le fiamme che divampano dalla benzina che scorre sull’asfalto…”. “Certo. Beh… devo… devo andare adesso, Duane, devo tornare sul pianeta Terra”.

È uno dei dialoghi-simbolo di “Io e Annie” (1977: 4 Oscar su 5 nomination): Alvy è Woody Allen (regista, sceneggiatore e protagonista del film) e Duane è Christopher Walken, alla sua sesta pellicola, la prima che lo imporrà all’attenzione di pubblico e critica. Assolutamente da non perdere, nella scena successiva, l’espressione contrita e spaventata di Alvy/Allen, mentre Duane/Walken accompagna lui e Annie (Diane Keaton) all’aeroporto, di notte e sotto la pioggia, con la sua Porsche 911 E Targa.

Più cattivo di così

Nato a New York il 31 marzo 1943, Walken spegne oggi 75 candeline. Alle sue spalle, 114 film in 52 anni di carriera, con una ragguardevole serie di pellicole cult nelle quali ha dato vita ad alcuni tra i cattivi più cattivi della storia del cinema. Impossibile dimenticare performance come “Il cacciatore” (1978: 5 Oscar su 9 nomination, con Walken premiato come ‘migliore attore non protagonista’), “La zona morta” (1983), “King of New York” (1990), l’esilarante monologo-cult di “Pulp Fiction” (1994: 1 Oscar su 7 nomination), “Man on Fire” (2004) o “Prova a prendermi” (2002): 2 nomination agli Oscar, tra cui quella di Walken, ancora una volta come ‘migliore attore non protagonista’. Nel palmares, 3 tra i premi cinematografici più prestigiosi su 11 nomination (all’Oscar si aggiungono 1 Bafta e 1 Screen Actors Guild Award) e 8 tra i premi teatrali importanti. Anche qui le nomination sono 11. Fino ad oggi, naturalmente.

Treno merci

Figlio di Paul Wälken – immigrato tedesco che gestisce un panificio/pasticceria nel Queens (“A sedici anni, appena presa la patente – ricorda - ho cominciato a consegnare i suoi dolci a domicilio”) – e di Rosalie Russell, di origini scozzesi, appassionata di musical e teatro (è lei ad avviare i figli a scuola di ballo e recitazione, nella speranza che abbiano quel futuro nel mondo dello spettacolo che le è sfuggito), il nostro eroe si chiama, in realtà, Ronald. Cambierà nome all’inizio della carriera, quando si esibisce nei night-club come ballerino e una delle ragazze dello show gli dice che preferisce chiamarlo Christopher. “Fico, ho pensato – racconta – anche se oggi preferirei aver scelto un nome più corto: ogni volta che lo vedo stampato, mi ricorda un treno merci”.

Ballerino nato

Quello per il ballo è un autentico talento. Ne dubitate? Date un’occhiata al suo strip-tease sulle note di “Let’s Misbehave”, in “Spiccioli dal cielo”, 1981 o al video di “Weapon of Choice” di Fatboy Slim (2001), per il quale ha curato anche le coreografie, vincendo addirittura un MTV Video Music Award. La verità è che, anche se pochi lo ricordano – forse perché il suo sguardo spiritato e la maestria in ruoli da cattivo-psicopatico hanno fatto passare tutto il resto in secondo piano – le scene di ballo hanno accompagnato tutta la carriera cinematografica di Walken (che ha studiato al “Washington Dance Studio”): dal seduttore di “Roseland” (1977), all’irresistibile duetto con John Travolta in “Hairspray” (2007) a “The Power of Few” (2013).

L’inconfondibile (e fedelissimo) ciuffo di capelli, invece, gli è stato ispirato da Elvis Presley. Christopher ha 15 anni, una ragazza gli mostra una foto del Re e lui impazzisce. "Sembrava un dio greco – ricorda. L'ho visto in tv e mi è piaciuto tutto di lui". Da allora, non ha più cambiato taglio di capelli, e il suo ciuffo è diventato un vero e proprio "trademark". 

Talenti e fobie

La sorpresa più grande, però, non è il talento per il ballo: sono le sue paure. L’interprete di tanti personaggi che hanno tolto il sonno a generazioni di fan, infatti, è in realtà un tranquillo uomo di casa, pieno di singolari fobie. “Non ho paure di tipo psicologico – spiega – ma di tipo fisico”. Non gli piace trovarsi in mezzo alla folla, non va in aeroporto (prende l’aereo solo quando il suo lavoro lo costringe a farlo, ndr.), non sa nuotare bene, odia le pistole (“Sono fuori controllo e presto non potremo più andare al cinema senza passare per un metal detector”) e ha paura dei cavalli. “Il fatto è che non riesco a mantenere il controllo della situazione. Ogni volta che devo salire a cavallo, mi dicono ‘Devi prendere il controllo del cavallo: lui sente la tua autorità’. Non se ne parla, rispondo: i cavalli non hanno alcun rispetto per me. Appena monto in sella, scappano via al galoppo!”

Né Los Angeles né Londra

Stesso problema, a quanto pare, con i cavalli-vapore. “Guidare? Al massimo posso arrivare fino all’edicola più vicina, la domenica mattina. E questa è davvero tutto la guida per la quale mi sento preparato”. Non vivrebbe mai a Los Angeles. “Gli automobilisti – dice - sono pazzi e le freeway, troppo pericolose”. Per non parlare, poi, della guida a destra. A Londra, se può, evita persino di uscire dall’albergo. “Mi sembra di rischiare la vita ogni volta che devo attraversare la strada – confessa - è una cosa che non ha niente a che fare con gli automobilisti inglesi: sono io che sono strutturalmente incapace di guardare nella direzione giusta.”

Meglio un autista

Walken sostiene che tutte queste fobie derivano dal fatto che è cresciuto a New York. “Non so guidare in mezzo al traffico: mi rende troppo nervoso”. Ma a chi gli fa notare che un sacco di gente di New York non ha alcun problema a guidare sulle freeway di Los Angeles, risponde che il suo problema è che non è in grado di mantenere il controllo. L’avreste mai detto di un tipo che, sullo schermo, non ha mai paura e che, al contrario, mette paura a tutti gli altri? “La verità è che non sono tipo da auto, anche se mi rendo conto che un’auto veramente bella ha il suo perché”. Morale: non ama guidare e preferisce affidarsi a un autista.

O un passaggio

Né è improbabile che accetti un passaggio. Anzi. Qualche anno fa, due ragazzi scorgono Walken in piena Columbus Avenue, nell’Upper West Side (un quartiere della zona nord di Manhattan, che unisce Central Park al Hudson), mentre si sbraccia nel tentativo di fermare un taxi. Accostano: “Siamo fan: vuoi un passaggio?”. Lui ringrazia e accetta. “Non vorrei portarvi troppo fuori strada, ragazzi – dice, con fare gentile. Sto andando in centro: potete lasciarmi dove vi fa più comodo”. “C’era un po’ di traffico – ha raccontato ai giornali uno dei ragazzi – e abbiamo avuto tempo di parlare. Abbiamo parlato di cinema e di recitazione e ci ha dato anche qualche buon consiglio. Alla fine, quando siamo arrivati a destinazione, non ha voluto scendere subito. Prima abbiamo finito la nostra chiacchierata, poi è sceso, ringraziandoci ancora”.

Uomo di casa

“Non guido”, confessa. E, se gli chiedete, come fa con la vita di tutti i giorni, risponde sorridendo: “Passo molto tempo a casa” (a Wilton, Connecticut, una cittadina che non arriva a 20mila abitanti). Fuori dallo schermo, il supercattivo dallo sguardo intriso di follia, è una persona assolutamente normale. Fin troppo. Ordinario, prevedibile, tradizionalista. “Faccio sempre le stesse cose. E sempre nello stesso ordine: mi sveglio alla stessa ora, mi faccio il caffè, un po’ di esercizio fisico sul tapis-roulant e poi comincio a studiare il copione. Nel frattempo, mi preparo qualcosa da mangiare. Amo cucinare. Sono un grande fan della dieta mediterranea. Adoro gli spaghetti. E adoro cucinarli. Fosse per me, mangerei spaghetti tutti i giorni”.

Una station wagon

“Mi piace stare a casa, risparmiare e mantenere le cose pulite. Sono sposato da quasi cinquant’anni con la stessa donna” (Georgianne Leigh Thon, premiata direttrice di cast, conosciuta negli anni Sessanta: la coppia non ha figli, ndr.). Niente hobby, niente sport, niente viaggi, a parte quelli di lavoro; niente computer, niente cellulare. Cos’ha? “Due case, dei gatti e una station wagon”. Alla faccia di chi, sulla rete, gli attribuisce tre o quattro supercar da sogno da diversi milioni di dollari l’una.

Ritirarsi? Non ci pensa nemmeno. “Gli attori  - spiega - sono come gli atleti: non vanno in pensione: li mandano in pensione”. Ha ragione. De resto, che senso avrebbe ritirarsi? Più "ritirato" di così

Ti potrebbe interessare

· di Giuseppe Cesaro

Attori, cantanti, ballerini: una straordinaria coppia, inossidabile e competitiva come poche altre. Con la passione per la perfezione anche a quattro ruote