Ultimo aggiornamento  19 novembre 2019 21:38

La vita spericolata di Steve McQueen.

Giuseppe Cesaro ·

“Non molto tempo fa, quando ero al verde e studiavo da Stanislawsky a New York cercando di diventare un attore, ho letto su una rivista che una star di Hollywood si era quasi sentita male a dover scegliere con quale auto andare al lavoro. Sono uscito di testa. Fino a quel momento, l’auto più lussuosa che avevo avuto era un ‘hot rod’ che io e un mio amico avevamo assemblato quando eravamo teenager: non andava benissimo ma aveva un’accelerazione bruciante. Ricordava una di quelle J-2 Allard che, quando passavano, mi facevano venire la pelle d’oca. Ora che posso permettermi qualcosa di meglio, non mi arrabbio più per le storie sulle automobili delle star. Ma ho ancora la pelle d’oca.”

Lo racconta Terence Steven "Steve" McQueen, nato a Beech Grove (Indiana, USA) il 24 marzo 1930 - 88 anni fa, oggi – uno dei volti più intriganti e affascinanti del cinema americano.

Nato senza camicia

Non si può dire, però, che il piccolo Steven fosse nato con un “cucchiaio d’argento in bocca”, come dicono gli anglosassoni. Il padre, William, pilota d’aereo acrobatico in un circo volante, abbandona la moglie Julia Ann Crawford (secondo alcuni biografi, una prostituta alcolizzata) quando il bambino ha pochi mesi. Lei, incapace di prendersi cura del piccolo, lo lascia ai propri genitori, Victor e Lillian. Sono tempi duri: la Grande Depressione non ha ancora cessato di far sentire i suoi morsi, e i tre decidono di trasferirsi nella fattoria del fratello di Lilian, Claude. “Un uomo molto buono, forte e onesto”, lo ricorderà McQueen, riconoscendo di aver “imparato tanto da lui”. Sarà proprio lo zio Claude a far sbocciare nel piccolo Steven la passione per le corse, quando, in occasione del suo quarto compleanno, gli regalerà un fiammante triciclo rosso.

Salvato dai Marines

Verso i dodici anni, il ragazzino si ricongiunge alla madre – che, nel frattempo, si è risposata - e si trasferisce con lei in California. Il clima non migliora. Anzi. I rapporti col patrigno sono pessimi ed è anche per sfuggire alle ripetute violenze che Steven si unisce a una gang locale e comincia una vita randagia al limite della legalità. E qualche volta anche oltre quel limite. Lo salveranno due cose: i Marines e il cinema. Si arruola a 17 anni e, dopo un iniziale periodo di turbolenza (“Sono stato arrestato e degradato a soldato semplice sei o sette volte. L'unico modo in cui avrei potuto diventare caporale, sarebbe stato se tutti gli altri membri dei Marines fossero morti”), riesce finalmente a trovare un punto d’equilibrio.

È la svolta. Verrà congedato con onore, tre anni dopo, per aver salvato la vita a cinque compagni, durante un’esercitazione nell’Artico. Per quanto possa suonare strano, è proprio per i suoi tre anni nei Marines che Steve può avvicinarsi al cinema. Una legge del ‘44 (“Serviceman's Readjustment Act”, conosciuta anche come “G.I. Bill”), infatti, fornisce mutui a basso costo ai veterani che vogliono frequentare licei, università o scuole professionali.

Formato dal cinema

Nel 1952, grazie a uno di questi prestiti, McQueen si trasferisce a New York, dove comincia a studiare alla “Neighborhood Playhouse” di Sanford Meisner (tra i seguaci di Stanislavskij, quello dell’Actors Studio), uno dei grandi maestri di recitazione americani. Con Meisner hanno studiato nomi del calibro di Gregory Peck, Grace Kelly, Robert Duvall, James Caan, Diane Keaton e John Voight. “La base del mio approccio – spiegava - consiste nel voler ricongiungere l'attore ai suoi impulsi emotivi e guidarlo a una recitazione fermamente radicata nell'istinto. Tutto si basa sul fatto che, quando un attore è bravo, quello che fa scaturisce dal cuore: non c'è nulla di mentale.” Difficile immaginare un allievo più adatto al “Metodo Meisner” dell’ex-Marine.

Il resto è storia: in 27 anni di ‘spericolata’ carriera, gira 29 film – alcuni dei quali immortali (“I magnifici sette”, 1960, “La grande fuga”, 1963, “Bullitt”, 1968, “Le 24 Ore di Le Mans”, 1971, “Getaway!”, 1972 e “Papillon”, 1973); ottiene una nomination agli Oscar (’67), quattro ai Golden Globe (’64, ’67, ’70 e ’74) e il premio come migliore attore al Moscow International Film Festival. E, soprattutto, diventa una delle più amate icone hollywoodiane: il simbolo del ribelle irriverente, che, malgrado gli eccessi di quella “vita spericolata” cantata da noi da Vasco Rossi, riesce a tenere il cuore sempre dalla parte giusta della barricata. “A tutte le persone che hanno visto i miei film, a tutte le persone che leggono articoli su di me: sono quello che sono. E, se vi piaccio, mi fa piacere.”

Bandiera rosso-amianto

La sua corsa di pilota-attore viene interrotta, prematuramente, dalla bandiera rossa il 7 novembre 1980. McQueen ha solo 50 anni. Mesotelioma pleurico: un tumore molto raro (meno dell’1% di tutte le patologie oncologiche), incurabile, diagnosticato tardivamente e seguito con cure alternative controverse, che fanno discutere la comunità scientifica, gridare allo scandalo e finiscono col rivelarsi fallimentari. Fattore di rischio principale per quel tipo di neoplasia è l’esposizione all’amianto, un minerale con il quale McQueen può essere entrato in contatto nei carri armati che guidava quand’era Marine o attraverso le tute da pilota o qualcuna delle mille componenti meccaniche in mezzo alle quali amava passare più tempo che poteva.

Auto, non mezzi di trasporto

Non tutte le auto, però, facevano venire la pelle d’oca a “The King of cool” com’era stato soprannominato. Soprannome quanto mai calzante, visto che “cool” in inglese significa “fico”, “bello” ma anche “freddo”, “distaccato” e non c’è dubbio che il fascino di McQuenn consistesse proprio in una miscela unica di questi opposti; miscela che lo rendeva inconfondibile, sia sullo schermo che nella vita.

“Per me – ha raccontato in un bellissimo articolo apparso su Sports Illustrated nell’agosto del 1966,  resoconto della prova su strada di ben otto supercar - ci sono le macchine e i mezzi di trasporto. Non mi interessano le auto che non corrono, non frenano e curvano poco. La storia sarà anche contro di me, ma preferisco il cambio manuale a quello automatico, e mi piace che la mia ragazza affondi su un bel sedile sportivo piuttosto che parcheggiarla su una panchina. E non vi citerò certo in giudizio se andrete in giro dicendo che amo andare a tavoletta, ogni volta che la strada e la legge me lo consentono”. Come vedremo, tenderà a rispettare più la prima che la seconda.

Meglio le europee

A bordo di cosa amava schiacciare sull’acceleratore? Auto sportive, ça va sans dire. Europee, soprattutto. “Costruiamo motori e chassis molto forti in America – spiegava - ma, riconosciamolo: le nostre auto di serie sono un po’ datate. Gli europei, invece, fanno auto per chi ama davvero guidare. È vero: in Europa ci sono molte strade strette, montagne piene di tornanti e si guida molto sul bagnato, e quindi le auto europee vengono costruite per guidare in quelle condizioni”. Se in Europa – sottolineava - qualcuno provasse a produrre auto difficili da controllare sul bagnato o con i freni non all’altezza della situazione, non ne venderebbe nemmeno una. “Le nostre, invece: basta che schiacci il pedale del freno quattro o cinque volte a 130 all’ora e ti ritrovi senza freni! Provate a guidare un’auto americana tra le montagne italiane: lei non farà che pattinare e voi continuerete a scivolare da un lato all’altro del sedile”.

Auto europee, dunque (“gareggiare in Europa – dichiarerà – è come studiare medicina a Vienna”) e possibilmente senza compromessi. Le sue preferite? Jaguar, Porsche e Ferrari. “Dovrebbero impegnarsi davvero tanto – scriveva a proposito dei bolidi del Drake - per provare a convincermi che Enzo Ferrari può fare qualcosa di sbagliato. Per me, è uno dei migliori ingegneri del mondo.”

Jaguar XK-SS 1956

“È l’evoluzione – spiegava - della D-type che ha vinto quattro volte a Le Mans. L’hanno prodotta in 15 esemplari, poi la fabbrica ha preso fuoco e la storia è finita lì. Le XK-SS sono diventate oggetti da collezione. Ne ho rintracciate sette nel mondo e io ne posseggo una. Oso dire – con le nocche sbucciate per quanto ci ho lavorato sopra – che la mia è probabilmente la più ‘fica’ di tutte”.

Di cosa parliamo? Di una meravigliosa sport roadster decappottabile verde bottiglia a 2 porte, dalle linee tanto sinuose quanto aggressive. Lunga poco meno di 4 metri (3.960mm) e larga poco più di un metro e mezzo (1.660mm), era equipaggiata con un motore Jaguar XK6 - 6 cilindri in linea, 2 valvole per cilindro - 3.442 cubici  262 cavalli - in grado di spingere quei 916 chili di meraviglia a 243 km all’ora, proiettandola da 0 a 100 in 5.8 secondi. “La mia bambina”, la chiamava McQueen. “A volte – racconta - quando torno a casa dal lavoro e mi sento teso, nervoso, mi metto a lavorare sulla XK-SS. È la mia terapia. Faccio questo invece di rubare coprimozzi”. Il riferimento è al fatto che - durante la sua turbolenta vita pre-Marines – era stato pizzicato più di una volta a rubare coprimozzi, finendo persino in riformatorio.

Multa travagliata

Non si contano le multe per eccesso di velocità che “The King of Cool” colleziona al volante della “sua bambina”: basta sapere che la patente gli viene sospesa per ben due volte. Una volta - narrano gli agiografi - viene fermato ben oltre i limiti, mentre la moglie (Neile Adams, attrice di cinema, tv e ballerina) è incinta di sei mesi. Alla Polizia McQueen dice che si tratta di un’emergenza: corre perché “lei è in pieno travaglio”. Gli agenti, allora, pensano giustamente di scortare la coppia al pronto soccorso dell’ospedale più vicino, dove un’infermiera – allertata nel frattempo – si precipita fuori per aiutare la donna. Non appena la polizia si allontana, però, McQueen dice all’infermiera che si è trattato di un falso allarme, riprende la moglie, la riporta sulla Jaguar e scompare alla velocità della luce. “Neile era furiosa – ricorderà - non mi parlò per il resto della giornata. La scusa, però, funzionò eccome: niente multa!”.

Ferrari Berlinetta 250GT Lusso 1963

La sua Ferrari preferita – secondo alcuni, l’auto più amata in assoluto - era un regalo di Neile. “Mia moglie mi ha comprato una Ferrari: una Berlinetta Lusso da 3 litri. È marrone scuro, ha ruote a raggi Borrani da 15 pollici, ed è davvero fichissima”. Tra le linee immortali regalate da Pininfarina a questo sublime coupé a due porte - carrozzato Scaglietti e prodotto in 350 esemplari per fondere lusso e prestazioni da pista - si nascondeva un motore (anteriore) Ferrari Colombo V-12, da 2.953 cubici e 247 cavalli, in grado di raggiungere 240km/h e lanciare 1.310 chili di puro fascino da 0 a 100 in 7.1 secondi: la più veloce coupé della sua generazione.

“Guido la Ferrari – raccontava McQueen - quando non sto lavorando sulla XK-SS o non la sto guidando. Mi piace pensare mentre sono al volante: lo trovo rilassante. La concentrazione che metto quando recito è la stessa che serve nelle corse automobilistiche o motociclistiche. Se, durante una corsa, resti concentrato al massimo, tutto il resto va giù come un bicchiere di latte scremato. Quando reciti è la stessa cosa. Ci sono sette, otto cose che devi essere in grado di fare istintivamente e con semplicità. Devi rimanere completamente rilassato: non devi mai essere teso, seccato, nervoso”.

Dura lex sed lex

Col passare del tempo, però, l’attore prenderà il sopravvento sul pilota. “I film diventavano sempre più difficili. La qualità cresceva e le parti erano sempre più impegnative. È fantastico essere un giramondo delle corse, alla fine, però, ho dovuto scegliere tra le auto e i film e ho deciso di smettere di correre. È stata una scelta dolorosa, anche perché avevano cominciato a propormi delle corse veramente belle”. “Dura lex sed lex”, anche nel cinema. E, mentre l’attore accelera, il pilota è costretto a rallentare. Fino a quando, in un buio venerdì di novembre, una bandiera rossa si alza a fermare la corsa di entrambi.

Tag

Ferrari  · Jaguar  · Steve McQueen  · 

Ti potrebbe interessare

· di Linda Capecci

L'attore olandese diventato popolare in tutto il mondo grazie alla interpretazione in Blade Runner, si è spento a 75 anni. Amava le auto e le moto

· di Giuseppe Cesaro

È il soprannome della Vespa 125 verde salvia usata in "Vacanze romane" dall'attore californiano. Che viaggiava anche in Rolls-Royce