Ultimo aggiornamento  18 ottobre 2019 11:58

Michael Caine: per vostra fortuna non guido più.

Giuseppe Cesaro ·

“Sono cresciuto in una generazione che non era affatto automobilistica. Avevo sei anni quando la guerra è cominciata, dodici quando è finita e venticinque prima di conoscere qualcuno che possedesse un’auto. Non hai bisogno della macchina a Londra: abbiamo il miglior sistema di trasporti del mondo… senza contare che molte strade erano ancora distrutte dai bombardamenti e così ti spostavi con la metropolitana o con l’autobus. Oppure, se eri snob e avevi un po’ di soldi in tasca, prendevi un taxi. Per questo le macchine non hanno mai fatto parte del mio mondo. Ho imparato a guidare che avevo 50 anni e quando ne ho compiuti settanta ho smesso. Non amo affatto cercare un parcheggio: ho davvero pochissima pazienza per questo genere di cose. E poi ho sempre un sacco di pensieri per la testa e dunque sono anche un automobilista distratto e molto pericoloso: credo che siate tutti molto fortunati per il fatto che non guido più”.

Classe sì ma operaia

Chi parla così è Sir Maurice Joseph Micklewhite Jr., noto al secolo e allo showbiz come Michael Caine - nato a Londra il 14 marzo 1933 (ha compiuto 85 anni mercoledì scorso): una delle più amate movie-star britanniche. Più di 130 film in 62 anni di folgorante carriera: 2 Oscar (6 nomination), 3 Golden Globe (11 nomination), 1 Bafta (7 nomination) e 2 nomination al David di Donatello - solo per ricordare i premi più importanti. Un’autentica leggenda vivente.

Non sono sempre state tutte rose e fiori, però. “Sono cresciuto povero nel sud di Londra – ricorda. Mia madre era una donna delle pulizie, mio padre un facchino al mercato del pesce di Billingsgate. Non c'erano soldi. E così, ogni volta che qualcuno suonava alla porta con conti o bollette da pagare, aprivo e dicevo che la mamma era fuori. Li ho sempre considerati i miei primi lavori di recitazione.”

Senza un penny

Prima che gli si presenti la grande occasione, il giovane Caine fa davvero di tutto: "Ho lavorato in una lavanderia, in un magazzino di tè; sono stato operaio stradale con tanto di martello pneumatico, portiere di notte in un albergo e ho lavato i piatti in quasi tutti i migliori ristoranti di Londra”. A 29 anni, però, non ha ancora un penny. La sorte è lenta a girare ma gira. E dopo una serie di apparizioni senza esito, intorno alla metà degli anni Sessanta, imbrocca una serie di personaggi che attirano l’attenzione di pubblico e critica e diventa uno dei protagonisti della scena cinematografica internazionale. Un salto inimmaginabile per un ragazzo che vive in una zona depressa, in uno dei prefabbricati riservati ai reduci della Seconda Guerra Mondiale (“doveva essere una soluzione temporanea e invece ci siamo rimasti quasi vent’anni”) e che, a soli 18 anni, viene spedito in Corea come fuciliere di Sua Maestà, e scampa alla morte per miracolo. “La Corea si è rivelata l’esperienza più spaventosa e importante della mia vita: sono stato fortunato a essere tornato vivo”, scriverà nella sua autobiografia.

Quella notte con la Bardot

E così, quando qualcuno gli chiede se è contento di quanto il cinema ha fatto per lui, risponde: “Sono successe cose incredibili, ho giocato a calcio con Pelé, per l'amor di Dio! Ho ballato con Bob Fosse; sono diventato amico di John Lennon…” Per non parlare di quella notte in Spagna… “Ero andato a letto presto: ero completamente fuso e la mattina dopo dovevo alzarmi alle sei per girare. A un certo punto, sento una mano sulla spalla, apro gli occhi: era Brigitte Bardot! Aveva pagato il portiere d’albergo perché la facesse entrare. ‘Stiamo andando a ballare, Michael: devi venire con noi’, mi dice”. “No, non abbiamo mai avuto una storia d'amore - confesserà - ma la mia carriera cinematografica è stata piena di cose così: cose incredibili”.

Nel nome del padre

Nel novembre del 2000 viene nominato Cavaliere dalla Regina Elisabetta. Per onorare suo padre – che, oltre ad aver combattuto per sei anni nella Seconda Guerra Mondiale (partecipando anche alla liberazione di Roma) è stato per lui una presenza fondamentale - chiede di ricevere l’onorificenza con il nome di Maurice Micklewhite. Nel luglio 2016, però, fa mettere sui documenti il nome d’arte (ispirato a “L’ammutinamento del Caine" – 1954, interpretato da uno dei suoi attori preferiti: Humphrey Bogart). Per semplificare le cose ai controlli di sicurezza degli aeroporti, spiega. “Il poliziotto ti dice: 'Ehilà, Michael Caine' e, improvvisamente, gli dai un passaporto con tutt’altro nome. Rischi di stare lì ore!”

The Italian Job

A Londra la macchina non serve, è vero. A Los Angeles, invece, sì. E così, quando alla fine degli anni settanta, il successo - ha già all’attivo alcune pellicole cult, come “Ipcress” (1965), “Alfie” (1966) e “The Italian Job” (“Un colpo all’italiana”, 1969) - e il desiderio di sfuggire alla scure del fisco inglese (all’epoca l’aliquota per i redditi più alti era dell’83%), portano Caine a trasferirsi a Los Angeles, lui deve per forza cominciare a guidare. Nella vita vera, però, al volante non può servirsi di una controfigura, come sullo schermo. Quello che nessuno sa, infatti, è che, nei film, non è mai lui a guidare. In “The Italian Job”, ad esempio, quando interpreta "Charlie Croker" (il capo di una banda di ladri inglesi che, a Torino, a bordo di tre Mini Cooper, rapinerà il convoglio che trasporta i ricavi della Fiat, gettando letteralmente nel caos la città), al volante della meravigliosa Aston Martin DB4 decappottabile (3,7 litri, 6 cilindri in linea, 240 cavalli, 225 km/h), non c’è lui, ma una donna: la moglie di Rémy Julienne, uno dei più grandi stunt della storia del cinema (oltre 400 film all’attivo, da “Fantomas 70”, 1964, a “Il codice Da Vinci”, 2006). La perizia della signora e i suoi capelli corti, di un biondo assai vicino a quello di Caine, rendono lo scambio di persona insospettabile. “Un po’ femminile, forse – commenta con l’immancabile ironia British – ma sicuramente un ottimo pilota”.

La DB4, però, non è l’unica auto degna di nota di quel film. Oltre alle tre Mini Cooper S 1275, protagoniste assolute della storia, troviamo anche una fantastica Lamborghini Miura rossa (4 litri, V12, 370 cavalli, 273km/h) guidata da Rossano Brazzi nella scena iniziale; un paio di Jaguar XKE (3,8 litri, 265 cavalli, 240km/h) - che, insieme alla DB4, dovevano formare il terzetto che avrebbe garantito la fuga veloce dei banditi - e una Fiat Dino (2 litri, V6, 158 cavalli, 200 km/h).

Patente grazie a un fan

Così, nella finzione cinematografica. Nella realtà, però, le cose vanno diversamente e, una volta a Los Angeles, Caine ha bisogno di una patente. La otterrà, ma solo a 50 anni. "Prima della prova d’esame – ricorda - mi spiegano che l’esaminatore mi aspetta in macchina e che devo rivolgergli la parola solo per dirgli ‘buongiorno’. Niente conversazione: lui mi darà delle istruzioni e io le seguirò. La cosa si svolgerà così e non ci sarà alcun commento di carattere personale. Salgo in macchina, il ragazzo mi guarda e dice: 'Sono un tuo grande fan dai tempi de ‘L’uomo che volle farsi re’ (1975, ndr.). Dovresti fare un esame davvero di merda per non superarlo!”. E così, a 50 anni suonati, Caine riesce finalmente a prendere la patente.

La Rolls della vendetta

Prima macchina? Una Rolls, acquistata quando non era ancora capace di guidare. "È l'unica macchina che abbia mai guidato – confessa. Non che la Rolls mi piaccia particolarmente: è che, quando ero giovane e piuttosto vivace, pensavo che quella fosse la macchina giusta per me.” “Imparerò sulla Rolls”, dice ai funzionari della compagnia di assicurazione. “Non lo farà – gli rispondono. I premi sono così alti che le conviene assumere due autisti”.

Per quanto possa apparire strano, però, acquistare la Rolls non era stato così facile. A causa del suo abbigliamento trasandato, probabilmente. Ma, soprattutto, per il suo accento da “classe operaia” inglese. Accento al quale non ha mai rinunciato e di cui è sempre andato orgoglioso. “L’ho mantenuto – ha spiegato al New York Times - nella speranza che aiutasse a spezzare le barriere sociali e incoraggiasse i giovani della working class: se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu: non importa con quale accento parli’”.

La prima concessionaria alla quale si rivolge, però, lo allontana in modo tutt’altro che elegante. Ma Caine non è tipo da perdersi d’animo. Non dopo tutto quello che ha passato. Entra in un altro punto vendita, acquista una Rolls di un giallo sgargiante che certo non passa inosservato, torna alla prima concessionaria, parcheggia davanti alla porta, entra dentro e - alla ruvida maniera del gangster londinese Jack Carter’(il personaggio che aveva interpretato in “Carter”, 1971) – spiega al tipo cosa pensa di lui. Dopo di che esce, sale sull’auto e si allontana, con un sorriso infinitamente più luminoso del giallo della Rolls.

Aston Martin 1966

L’ultima – per ora - Aston Martin della sua carriera è un’auto azzurra del 1966 che, di mestiere, fa l’agente segreto dell'intelligence britannica. Non è uno scherzo: è ‘Finn McMissile’ - “nome incredibile (ha commentato Caine) mi fa sembrare pericoloso.” – protagonista di “Cars2”, film d'animazione Pixar del 2011. “Quando la Pixar mi ha chiesto di prestare il mio accento cockney a questa fantastica spia inglese a quattro ruote ho detto subito di sì, anche perché ho dei nipoti (due gemelli di sei anni, Miles e Allegra, e un ragazzo di sette, Taylor: “il figlio maschio che non ho mai avuto”) e volevo fare qualcosa per loro. 'Non mi vedranno in un film per anni', pensavo.

Non puoi andare a vedere ‘Harry Brown’ (film del 2009 nel quale Caine interpreta la parte di royal-marine in pensione che si trasforma in una sorta di giustiziere che combatte la criminalità di in uno dei sobborghi più malfamati della città, ndr.) prima dei 18 anni. E così "Cars2" è stato perfetto. Senza contare che, per me, i cartoni animati erano Topolino, Paperino, Bambi o Biancaneve… Ora: non saprei come definire questo film, ma certo non è un cartone animato. È qualcos’altro. Quando l’ho visto, sono rimasto letteralmente strabiliato. E i miei nipotini possono giocare con il modellino di questa fichissima Aston Martin azzurra del ‘66 e, se premono un pulsante, escono le mitragliatrici e sentono la voce del nonno che parla: è fantastico!”

Cosa provo a invecchiare? Beh, considerando che l'alternativa è morire, direi che è straordinario”. Verità inconfutabile, qualunque sia l’accento nel quale la pronunciate.

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