Ultimo aggiornamento  23 settembre 2019 06:42

Fiat 8V, l'eccezione.

Massimo Tiberi ·

L’auto popolare, destinata alla produzione di massa, è stata nel secondo dopoguerra la scelta strategica della Fiat. Già nel corso degli anni Cinquanta debutteranno in sequenza, infatti, la 1400, la 1100, poi 600 e 500, tutti modelli di fascia medio-bassa destinati a motorizzare il Paese. Non poteva mancare, comunque, l’impegno a misurarsi anche con l’alto di gamma e perfino tentativi nel campo delle granturismo più raffinate ed elitarie, come nel caso della 8V due litri presentata al Salone di Ginevra del 1952: autentica supercar per i canoni dell’epoca ma, visti gli esiti limitati della sua breve carriera, da considerare soltanto una interessante “eccezione che conferma la regola”.

Nata per gli Usa

In realtà, l’idea di realizzare una coupé sportiva ad alte prestazioni nasce dal desiderio di utilizzare un motore, dalle caratteristiche impegnative, in origine pensato per equipaggiare un modello di prestigio con lo sguardo agli Stati Uniti. Quasi un omaggio al Paese che, con il Piano Marshall di sostegno alla ricostruzione postbellica, aveva aiutato con ingenti finanziamenti il rilancio della casa torinese.

Non più destinato però, per realismo di politica industriale, ad una berlina di lusso, l’otto cilindri viene rimesso in campo da Dante Giacosa, responsabile della progettazione Fiat, con un intento completamente diverso, quello di rappresentare comunque il fiore all’occhiello delle capacità tecniche del marchio.

Veloce e originale 

Così il reparto Carrozzerie Speciali nella fabbrica del Lingotto, guidato da Fabio Luigi Rapi, allestisce una due posti compatta (lunghezza 4 metri) dai tratti aggressivi  e quasi futuristici, curata nell’aerodinamica (le ruote posteriori sono coperte da carenature) e molto originale anche nello stile degli interni. Fra le caratteristiche meccaniche rilevanti, le sospensioni a quattro ruote indipendenti, una prerogativa per l’epoca e per la prima volta montate su una Fiat, mentre sono più convenzionali il cambio a quattro marce, con prima non sincronizzata, e i freni a tamburo. La cilindrata del motore di 1.996 centimetri cubici, ridotta considerando il frazionamento insolito per una italiana, consente, con la presenza di due carburatori doppio corpo Weber, una potenza di 105 cavalli, che con le evoluzioni successive arriverà a 115 e a 127 cavalli. Qualità dinamiche complessive (la velocità massima raggiunge i 190 chilometri orari) che mettono in concorrenza diretta la 8V con rivali blasonate come l’Alfa Romeo 1900 Sprint o la Lancia Aurelia B20, che in quel momento monopolizzano la ristretta clientela privilegiata della categoria, in grado di spendere cifre intorno ai tre milioni di lire.

Firme importanti

Soltanto 64 unità delle 114 totali prodotte in circa un triennio, d’altra parte, verranno allestite in Casa, mentre le rimanenti saranno curate da prestigiosi atelier: Pinin Farina, oltre a Vignale e Ghia, che le battezzeranno con nomi altisonanti come Demon Rouge o Supersonic. Zagato ne allestirà 25 e saranno quelle maggiormente, e con successo, impiegate nelle competizioni. Un ultimo colpo d’ala tecnologico nel 1954, quando al Salone di Torino viene presentata una versione con carrozzeria in plastica (una primizia assoluta per l’industria dell’auto in Italia).

La Fiat tornerà poi sul tema GT con la più fortunata Coupé 2300 nel 1961, ma sotto il cofano c’è un sei cilindri in linea, e il canto del cigno per le sportive di rango superiore del marchio saranno le Dino, con un V6 Ferrari, della metà degli anni Sessanta.

Tag

Ferrari  · Fiat  · Pininfarina  · V8  · 

Ti potrebbe interessare

· di Massimo Tiberi

1960, la berlina della Casa torinese coniuga soluzioni innovative per la sua epoca e grande attenzione per la comodità dei passeggeri