Ultimo aggiornamento  23 settembre 2019 06:44

Lucio Dalla, il motore del 2000.

Giuseppe Cesaro ·

1994. 1 Maggio. Domenica. Festa del lavoro. Un gruppo di amici si gode il tepore sonnecchioso del dopopranzo. Nella televisione, una pattuglia di auto che si rincorrono. La loro voce ricorda quella di uno sciame di vespe. All’improvviso, qualcuno grida “Nooo!!!”: pezzi di lamiera si agitano nello schermo come neve di una palla di vetro. Un’auto - al volante c'è un uomo che si chiama Ayrton Senna - si è appena schiantata a più di 200 all’ora all’uscita di una curva, a pochi metri da un gigantesco cartellone pubblicitario. In un silenzio irreale, gli amici guardano la televisione che continua a mandare le immagini di quell’impatto devastante. Nessuno parla, scherza o ride più.

"Sono quello che l'ha scritta"

La festa è finita. Paolo si alza. Non resiste. Qualcosa, dentro, lo spinge lontano da lì. Lascia gli altri, senza nemmeno salutare. Va a casa. L’immagine di quello scheletro bianco e blu di auto e di quel casco giallo e verde immobile, piegato su un lato, non lo lasciano respirare. È quasi notte ormai: prende la chitarra e comincia a cantare. Parole e note sgorgano, una dopo l’altra come da un rubinetto rimasto aperto. L’anima è un’antenna che capta segnali di mondi lontani. La voce detta e la mano afferra un pennarello e comincia a scrivere versi su qualunque cosa gli capiti a tiro. Sei o sette minuti dopo, l’uomo e la canzone sono lì, uno di fronte all’altra. Lei sorride, lui la osserva incredulo. È bella. Molto. Paolo lo sa. Lo sente. Non solo perché se ne intende: ha 31 anni e scrive canzoni da quando ne aveva 18. Lo sente perché sa che le canzoni più belle sono così: si scrivono nel tempo che ci vuole a cantarle. “Canzone bellissima –dicono i discografici ai quali si rivolge nelle settimane successive – ma tu chi sei per cantarla?”. “Sono quello che l’ha scritta”, risponde. Non basta. Serve altro.

Il mio nome è Ayrton

Ultimo tentativo: Bologna. La busta con la videocassetta con la canzone e videoclip realizzati da Paolo finisce nelle mani dell’usciere di una casa di produzione. L’uomo la mette sulla pila delle proposte in visione all’editore. La mattina successiva, l’editore urta inavvertitamente la pila, la busta cade, si apre e il vhs scivola fuori. Qualcosa colpisce l’uomo, che va nella sua stanza, infila la cassetta nel videoregistratore e comincia ad ascoltare. “Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota, e corro veloce per la mia strada, anche se non è più la stessa strada, anche se non è più la stessa cosa…” Pochi secondi e l’uomo alza il telefono. “Lucio, sono Marcello: c’è una cosa che devi sentire”.

Paolo è Paolo Montevecchi – attore, scrittore, autore di canzoni; l’uomo della casa di produzione è Marcello Balestra – discografico, direttore artistico, talent scout, all’epoca responsabile dell’etichetta Pressing; Lucio è Lucio Dalla, uno dei giganti della storia della musica popolare del nostro paese. Grande anche perché sa riconoscere una cosa grande quando la incontra. Nato a Bologna il 4 marzo 1943, compirebbe 75 anni. Peccato, però, che il 1 marzo di sei anni fa un infarto abbia improvvisamente spezzato il suo canto. Mancavano pochi giorni al suo 68esimo compleanno e lui si trovava a Montreux, in Svizzera, dove la sera prima aveva dato il suo ultimo concerto.

Subito dopo aver ascoltato il pezzo di Paolo, Lucio lo chiama: “Hai scritto un capolavoro”, dice. È innamorato della canzone, dell’arrangiamento e anche del videoclip. Lo dimostra il fatto che non cambierà né una nota né un’inquadratura. Soltanto il nome: da “Il circo” diventerà “Ayrton”. Il pezzo aprirà l’album “Canzoni” (5 settembre 1996), il 17esimo della produzione in studio di Dalla, trascinando il disco al numero 1 della classifica italiana. “Canzoni” venderà più di 1milione e 300mila copie diventando un multi-platino.

Auto passione senza fine

Quello tra l’automobile e il musicista bolognese è un amore profondo. Profondo e antico. E Senna è solo l’ultimo degli immortali ai quali ha dedicato note indimenticabili.

Nel 1976 all’auto e alla sua epopea è addirittura riservato un intero “concept album” (un disco nel quale i brani si fondono per raccontare una storia o mettere a fuoco un unico tema): “Automobili”. È il terzo (e ultimo) che vive delle parole alate di Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 - 14 settembre 2012), intellettuale, scrittore, poeta, giornalista, che con Dalla ha già firmato “Il giorno aveva cinque teste” (1973) e “Anidride solforosa” (1975). L’auto è affascinante metafora del passaggio dalla civiltà contadina alla società industrializzata. Di ciò che in questo passaggio si acquista, ma anche di ciò che si perde, come lasciano intuire anche le sfumature di senso che separano le due definizioni. La differenza tra “civiltà” e “società” non ci deve sfuggire. Se una civiltà, infatti, è sempre una società, non sempre una società si può dire anche civiltà.

Mille Miglia

Due i simboli di questo passaggio di consegne: la “Mille Miglia” e il suo protagonista più leggendario: Tazio Nuvolari. Ecco la corsa: “Partivano di notte, arrivavano di sera, dopo mille chilometri, di questa fantastica carrera. E nessuno poteva dire se le macchine correvano per ritornare o scomparire… Sbruffi di polvere, zaffate d’olio puzzo di benzina per le strade di un’Italia contadina… corsa spaccacuore e dura come non mai, vera crocefissione esecuzione d’orchestra, un’avventura di pioggia e di paura autentico massacro, antica festa macerie e case una vera tempesta… l’Italia aveva il cuore divorato, quando i campioni per i rettifili, erano un baleno e si vedevano appena… Era un mare coperto con le erbe lunghe e amare, le macerie della guerra l’Italia occhi divorati in terra, un urlo di motori per strappare la gente della case, voci luci colori.”

Nel nome di Nuvolari

Se la Mille Miglia è l’Olimpo, Nuvolari è il suo Zeus. Roversi e Dalla lo cantano così: “Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale; Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale; Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali; il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell’aria perdono l’ali quando passa Nuvolari! Quando corre Nuvolari mette paura, perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura... Nuvolari è bruno di colore, Nuvolari ha la maschera tagliente; Nuvolari ha la bocca sempre chiusa, di morire non gli importa niente. Corre se piove, corre dentro al sole, tre più tre per lui fa sempre sette, con l’Alfa rossa fa quello che vuole, dentro al fuoco di cento saette… Quando passa Nuvolari ognuno sente il suo cuore è vicino, in gara Verona è davanti a Bordino, con un tempo d’inferno, acqua, grandine e vento, pericolo di uscire di strada, ad ogni giro un inferno. Ma sbanda striscia è schiacciato lo raccolgono quasi spacciato. Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro, batte Varzi e Campari, Borzacchini e Fagioli, Brilli-Peri e Ascari.”

Il motore del 2000

Ma in quel lontano 1976, musicista e poeta riescono a vedere anche il motore che verrà: è “Il motore del 2000”. “Sarà bello e lucente, sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina, lo potrà respirare un bambino o una bambina.” Una cosa, però, rimane per loro un mistero, così come è un mistero ancora oggi per noi, che pure il Duemila ce lo siamo lasciati alle spalle da quasi vent’anni: “Noi sappiamo tutto del motore, questo lucente motore del futuro, ma non riusciamo a disegnare il cuore di quel giovane uomo del futuro, non sappiamo niente del ragazzo, fermo sull'uscio ad aspettare dentro a quel vento del duemila non lo sappiamo ancora immaginare.” La domanda è: ci riusciremo, prima o poi?

Oggi anche Dalla - come Nuvolari e Senna, due tra i più grandi piloti di tutti i tempi – corre veloce per la sua strada, anche se non è più la stessa strada, anche se non è più la stessa cosa. Non lo è più per lui. E neanche per noi. Come è accaduto ai motori di Nuvolari e Senna, anche quello di Dalla ha smesso di girare. Al posto della sua voce, ora c’è il silenzio. Un silenzio denso di tristezza ma anche carico d’attesa, che ci lascia tutti con le orecchie tese, nella speranza che, presto, un nuovo motore torni a farlo cantare.

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