Ultimo aggiornamento  19 novembre 2019 21:47

John Travolta: sempre in pista.

Giuseppe Cesaro ·

“Ehi, Vince: hai ancora la tua vecchia Malibu?” “Amico: vuoi sapere cos’ha fatto qualche bastardo l’altro giorno?” “Cosa?” “Me l’ha graffiata con una chiave!” “Bastardo!” “Dillo a me, Lance. L’ho tenuta in un deposito per tre anni, l’ho tirata fuori da cinque giorni e quel pezzo di merda me l’ha rovinata”. “Dovrebbero ammazzarli tutti. Niente processo, niente giuria: dritti alla sedia elettrica.” “Mi sarebbe piaciuto beccarlo mentre lo faceva. Avrei dato qualunque cosa per cogliere quello stronzo sul fatto. Sarebbe valso la pena lasciarglielo fare solo per poterlo beccare mentre lo faceva”. “Che stronzo”. “Sei un vigliacco se fai lo stronzo con l’auto di un altro! Voglio dire: non s’incasinano le auto degli altri”. “Non si fa”. “È semplicemente contro le regole”.

Lance e Vince

Chi sono Lance e Vince? E di quale Malibu stanno parlando? Anche se dal dialogo (lievemente ammorbidito rispetto ai ben più crudi toni originali) può non sembrare, Lance è uno spacciatore e Vince - Vincent Vega - un killer. Ed è proprio il contrasto tra la “professione” – non esattamente nobile - dei due personaggi e il modo nel quale si scandalizzano per come uno sconosciuto è andato “contro le regole” graffiando una macchina, a rendere quello che avete appena letto uno dei dialoghi più surreali e divertenti di “Pulp Fiction” (1994), capolavoro di narrazione cinematografica di Quentin Tarantino. Lance è interpretato da Eric Cameron Stoltz; Vince, da John Joseph Travolta (Englewood, New Jersey, 18 febbraio 1954: 64 anni domani).

Al quale quel ruolo drammatico regala -  oltre a un David di Donatello - la seconda nomination a Oscar e Golden Globe ma, soprattutto, una seconda vita artistica, finalmente libera dall’ombra un po’ troppo lunga del ruolo-icona del ballerino italo-americano Tony Manero ne “La febbre del sabato sera” (1977). Era questo il ruolo che gli era valso la prima nomination sia agli Oscar che ai Globe. Un’interpretazione – secondo la rivista Première al 73esimo posto tra le 100 più grandi di tutti i tempi - per la quale Travolta dovette studiare per ben nove mesi i balli di quella che allora veniva chiamata “disco music” e che lo portò a perdere più di dieci chili.

Chevrolet Chevelle Malibu 1964

La Malibu sfregiata, è l’auto di Vince, una Chevrolet Chevelle Malibu rosso ciliegia decappottabile del 1964, con la quale - in una scena dagli esiti inaspettati e fortemente drammatici - il killer porta a cena fuori Mia Wallace (Uma Thurman), moglie del suo boss Marsellus Wallace ("Ving" Rhames), su incarico dello stesso boss. Per tutti gli anni ’60 e ’70, la Malibu resterà uno dei modelli di maggior successo della General Motors: la versione base montava un 6 cilindri da 3.185cme 120 cavalli, cambio manuale a 3 marce, per una velocità massima di 148 km all’ora e una accelerazione, in verità, piuttosto tranquilla: da 0 a 100 in 16.2 secondi. Nella realtà, alla Malibu – di proprietà dello stesso Tarantino – accadrà ben di peggio di quanto racconta Vince nella finzione cinematografica. Durante le riprese di Pulp Fiction, infatti, l’auto, verrà rubata. Passeranno quasi vent’anni prima che venga ritrovata - del tutto casualmente e in circostanze piuttosto singolari - dal vice sceriffo Carlos Arrieta della Polizia di Victorville (Contea di Oakland, California), nelle mani di un tizio che si dichiarerà vittima di un raggiro. Curioso il destino di quest’auto che, tra finzione e realtà, sembra proprio incapace di stare alla larga dai guai.

Chrysler New Yorker cabrio 1956

La Malibu, però, non è l’unica meraviglia a quattro ruote presente in "Pulp Fiction". La sera in cui Vince porta Mia a divertirsi, infatti, i due si ritrovano al “Jack Rabbit Slim’s”, un ristorante in pieno stile “American Graffiti”, tra camerieri sosia di star immortali come Marilyn Monroe o James Dean e tavolini decisamente… particolari.

Quando la tradizionale gara di twist del locale ha inizio e la conturbante moglie di Marsellus convince il suo riluttante bodyguard a scendere in pista - “Sbaglio o mio marito - il tuo capo - ti ha detto di portarmi fuori, e farmi fare tutto ciò che voglio? E io voglio ballare, voglio vincere e voglio quel trofeo!” - scopriamo che i due sono seduti sui sedili in pelle verde-acqua di una delle 921 Chrysler New Yorker decappottabili, prodotte nel 1956. Lunga più di 5 metri e mezzo e larga poco più di 2, montava un Chrysler FirePower V8 da 5.787cm3 e 280 cavalli, in grado di raggiungere i 180km all’ora, passando da 0 a 100 in 11.4 secondi. Una luxury che le brochure dell’epoca presentavano come “La macchina più intelligente d’America, con il nuovo look da 100 milioni di dollari!

Ma cosa ballano il killer e la pupa del boss? “You Never Can Tell” (1964) firmata da uno dei padri del rock’n’roll: Chuck Berry. Un super-classico, esattamente come la New Yorker. Pare che, prima di girare, la Thurman non fosse granché convinta di quel brano. “È perfetto: credimi”, tagliò corto Tarantino. Non sbagliava: il twist tra Vince e Mia, infatti  – ispirato a quello (magnifico) ballato da Barbara Steele e Mario Pisu in 8½ (1963) di Federico Fellini – è diventato una delle scene-simbolo dell’ars cinematografica di quello che è considerato uno dei registi più influenti della sua generazione.

New Yorker berlina 1979

Quella del ’56, però, non è l’unica New Yorker che incrocia la strada di John Travolta. Una berlina bianca del 1979, infatti, è la protagonista della scena chiave di “Blow out” (1981), scritto e diretto da Brian De Palma. Uno dei tre film preferiti da Quentin Tarantino, anche questo ispirato a un grande capolavoro italiano: “Blow-up” (1966) di Michelangelo Antonioni, Palma d’Oro a Cannes nel ’67. Nella scena di cui parliamo, a causa dello scoppio di uno pneumatico, la New Yorker finisce in un torrente. Alla guida, il governatore della Pennsylvania e candidato alla presidenza Usa. L’uomo non sopravviverà.

Grazie alla brillante intuizione di Jack (Travolta) - un ex-poliziotto divenuto tecnico del suono, che si trova per caso nei pressi del torrente, intento a registrare suoni e voci della notte - quello che sembra a tutti un incidente, si rivelerà un omicidio politico. Prodotta in 54,640 esemplari tra il ’79 e l’‘81, questa berlina - 4 porte, trazione posteriore, lunga più di 5 metri e mezzo e larga quasi 2 - montava un V8 Chrysler-LA da 5.210cm3, in grado di raggiungere una velocità massima di 164km/h e passare da 0 a 100 in poco meno di 15 secondi. Sin dalla sua apparizione (1939), il nome New Yorker è sempre stato associato a ricchezza e lusso. Il ’79 è l’anno nel quale questo modello fa registrare il suo picco di vendite.

Una Harley per lo “svalvolato”

Non solo le quattro ruote, però, movimentano la vita del nostro eroe. “Guido le moto da quando avevo 18 anni”, ha dichiarato, in occasione della presentazione alla stampa del film “Wild Hogs” (letteralmente “cinghiali”, ma, nello slang Usa, “moto selvagge”), uscito in Italia nel 2007 col titolo di “Svalvolati on the road”. “La moto è stato il mio primo mezzo di trasporto quando sono arrivato a Hollywood, perché era poco costosa e facile da guidare. E poi ho guidato Harley con la Daytona Bike League diverse volte prima di cominciare a lavorare a questo film. Questa è la mia storia”.

Moto sì, ma quale? Una Screamin’ Eagle Fat Boy Softail 1.690cc del 2006. Harley, ovviamente. Un “boulevard cruiser” (“incrociatore da grandi viali”) come la definiscono alla Casa di Milwaukee, lasciando intendere che dà il meglio di sé quando le chiediamo di trasformare in passerella l’affollato lungomare di qualche prestigiosa località turistica. L’abbacinante scintillio delle cromature e le meravigliose colorazioni fatte a mano (fiamme rosse su fondo nero per lo “svalvolato” John), infatti, garantiscono che non a un solo paio d’occhi sfuggirà il nostro fascino di “cavalieri elettrici”.

Se chiedete a Travolta se si riconosce nel suo personaggio (un uomo di mezza età, stressato dal lavoro e stanco della routine cittadina) e cos’ha in comune con lui, però, vi risponderà con un insospettabile mix di equilibrio e saggezza: “Sono troppo fortunato per essere stressato. L'unica cosa che ci avvicina è il fatto che ho sempre voglia di viaggiare. Per me ogni occasione è buona per prendere famiglia e amici e andare a esplorare il mondo. Faccio il giro del mondo una volta l’anno: Africa, Russia, dappertutto, lo adoro. Probabilmente l’unica cosa che io e il mio personaggio abbiamo in comune è questo: la voglia di viaggiare e il senso dell’avventura…”.

Il volo nel sangue

Attenzione, però: in questo caso, l’espressione “il giro del mondo una volta l’anno” non è un modo di dire: va intesa alla lettera. Travolta non si limita a guidare solo auto e moto: pilota anche aeroplani. "Avevo cinque anni – ricorda - quando mi sono innamorato dell'aviazione: ce l’ho sangue". La sua tenuta di Ocala (Florida) - situata accanto all’aeroporto privato Greystone - oltre che di un garage che ospita una ragguardevole collezione di sedici supercar - è dotata anche di due piste d’atterraggio, che arrivano letteralmente davanti alle porte di casa. "Abbiamo progettato la casa per i jet - spiega - per poter avere accesso al mondo in un attimo". Aerei veri, non giocattoli, che Travolta è abilitato a pilotare e pilota. Tra questi, un Bombardier Challenger CL-601 del 1988, un Eclipse Aviation EA500 del 2007, un Gulfstream II e – udite, udite! – un Boeing 707 della Qantas, compagnia della quale è “ambasciatore straordinario” dal 2002. “La migliore compagnia del mondo”, giura.

Che dire? Pista sembra la parola chiave della sua vita. Quella da ballo, a scacchi luminosi colorati de “La febbre del sabato sera”, gli ha regalato il successo; quella del suo aeroporto personale, gli regala emozioni indescrivibili, e gli consente di realizzare il suo più grande sogno di bambino. Niente male, per il sesto figlio di un gommista italo-americano e di una ballerina irlandese, che, sfruttando al meglio i suoi talenti di ballerino, cantante, attore e intrattenitore è, da quasi 50 anni, ininterrottamente sulla breccia. In pista, pardon!

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